venerdì 25 novembre 2011

Treno per Roma



I piedi sono pesanti mentre percorro il corridoio del sottopassaggio. Sono persone quelle che mi passano accanto. Credo.
Guardo i miei piedi che toccano il pavimento, le mie scarpe sentono la sua consistenza. Sto camminando. Sono davvero qui e sono davvero persone, allora.
Le luci delle vetrine feriscono gli occhi e i pensieri. Provo a guardare di nuovo.
La realtà è avvolta da aloni lattiginosi. Non sono io a essere in una bolla, è il mondo. Ogni oggetto, luce, essere umano ha acquisito un alone denso e spesso. Non riesco a vedere attraverso, mi sento l’unico essere reale a calpestare questo reale pavimento. 
Salgo sulla scala mobile e l’appiccicume sul corrimano mi provoca un disgusto inaspettato, che mi scuote. Sono reale, sta succedendo. Immediatamente la difesa, ancora una volta. Non ci penso più. Il pensiero si relega in stati di assenza e il corrimano non esiste più. Nemmeno io.
Mi ricordo dove sono quando la scala si appiattisce sparendo nel pavimento. Inciampo. Quando sollevo la testa la folla è ovunque e non so dove andare per evitarla. Individuo il percorso giallo che porta verso i binari e cammino lenta. I piedi pesano ancora, le gambe però non le sento. 
Cocciutamente seguo la linea gialla. Chi mi viene incontro si deve spostare perché io non mi muovo. Cammino lenta ma con caparbietà.
Sono sicura che devo andare al binario 10. Lo so. Lo faccio.
C’è già il treno, ma non accelero. Non so che ore siano, non lo so da molte ore, ho perso il tempo. L’ho perso prima di uscire, poi in macchina ascoltando i SOAD, poi nel sottopassaggio. 
Fumo una sigaretta mentre le nervature del marmo della colonna mi raccontano la storia di una donna con un bambino sulle spalle che incontra un coniglio che si trasforma in un gigante vestito da suora. Poi arriva sorella morte col mitra AK 45 e solleva la donna il gigante il bambino tutti e li fa diventare una palla grigia per sparare ballando lenta. 
Salgo sul treno, cerco il mio posto, mi siedo. Apro il libro e mi metto a leggere, ma fra le lettere nere qualcuno mi dice che non ho controllato che treno sia. Provo a ignorarlo, sono sul treno, che cazzo vuole? Grida forte, adesso. Va bene, ti ascolto. Va bene, faccio come vuoi tu così la smetti.
Sollevo lo sguardo per cercare un aiuto. Il cervello ha un sussulto. L’uomo di fronte a me è sfocato. Riesco a percepire soltanto che è vestito di marrone chiaro, ma la sua faccia è un magma color carne. Ma devo chiedere.
- Scusi, questo treno va a Roma?
Mi guarda in modo strano. Non so come faccio a saperlo, non lo vedo, ma lo vedo lo stesso. Per fortuna parla a voce molto alta e scandisce bene le parole.
- Mi auguro di no, io sto andando a Milano.
Non riesco a rispondere, abbozzo solo un sorriso. Mi alzo e me ne vado. Questa volta controllo, mentre i manichini passano accanto al cartello con le valigie in mano.
Raggiungo il treno giusto, mi siedo, mi sento efficiente e coraggiosa. Allegra. Prendo il quaderno, lo apro. Inizio a rileggere le poesie. Devo fare le ultime correzioni, spostare l’ordine della lettura, rileggo tutto, la musica dei SOAD sempre nelle orecchie. 
Il treno si ferma e non ho ancora finito. Ho perso il tempo. Un’ora e mezza è andata via e sento di non aver finito niente di quello che avrei voluto. La mente si dilata, il tempo non le basta mai. 
Scendo dal treno.
Il corridoio del binario diventa un tunnel di macchie grigie. Aloni densi e colorati si muovono risucchiati dalla fine di quel tunnel. Cammino verso la panchina fra le colonne, lo sguardo basso a controllare i piedi. Si muovono, sto camminando, arrivo alla panchina. Così, ok. 
Sigaretta mentre i piedi delle persone diventano barche che galleggiano nel grigio. Il fumo mi brucia gli occhi e mi rendo conto di avere la sigaretta fra le labbra, le braccia abbandonate lungo i fianchi, lo sguardo fisso da matta. Che cazzo sta succedendo? Sono io, sono alla stazione, ci sono persone che camminano ordinatamente lungo il binario, senza oltrepassare la linea gialla, lo dice l’altoparlante che non si deve fare e non lo fanno. 
Mi alzo e vado con loro e non vado al di là della linea gialla, ma la seguo. Da qualche parte arriverà. 
Le facce diventano ancora di cartone, lapis cancellato da una gomma sporca. Il tempo, intorno, rallenta fino quasi a fermarsi mentre io raggiungo l’uscita. Esisto solo io, la mia lentezza esasperante, la porta che si fa sempre più vicina ma non si avvicina mai. 
Sono fuori. E non so dove devo andare. Dove cazzo sono e perché sono qui.
Cosa devo fare, io, qui?
Il mio amico. Si, lo so, sono venuta qui per il mio amico e lo devo incontrare. Ma non adesso, lui è al lavoro.
Mi ricordo dove devo andare. Mi rendo conto che non ho minimamente pensato a come arrivarci.
Continuo a camminare, lenta ma costane. Nonostante le persone, i semafori rossi, i taxi, i senegalesi con la mercanzia esposta per terra. Non cambio direzione, seguo la mia linea immaginaria. Mi ritrovo al punto di partenza, ho girato la piazza e sono tornata alla stazione. Ho bisogno di aiuto. Mi rendo conto che non so niente. Non so cosa devo fare. Non riesco a pensare niente.
Intorno ci sono solo macchie tremolanti e macchie che vanno veloce per fermarsi all’improvviso. Sono ovunque, intorno a me e non capisco più dove cazzo sono io adesso. 
Prendo il telefono. Devo chiamare lei, è lei quella efficiente fra noi due, mi dirà cosa devo fare. Cerco il numero in rubrica e non lo trovo. Che cazzo sta succedendo? Dov’è? La chiamo sempre, deve esserci per forza. Cerco il nome una, due, infinite volte. Perdo ancora il tempo. L’adrenalina sta inviando scariche che mi spossano e mi mettono ansia. Non c’è. Il numero non c’è. 
Sono nella merda, non può essere reale. Nella realtà io il numero lo trovo e telefono.
Vedo un altro numero. Il mio amico dottore, l’amico del liceo, quello strano che però è diventato dottore.
- Jacopo, non so dove sono, non so cosa devo fare.
Lui parla, parla, parla. Mi calmo, riprendo a camminare, capisco che sono a Roma perché me lo sta chiedendo con la sua voce familiare.
- Adesso che sei più calma guardati intorno. Lo sai dove sei?
- Roma. 
- Dove?
- Alla stazione.
Tutto è chiaro. Devo andare in albergo ma non so come arrivarci. Voglio arrivarci a piedi, ho tempo. So di avere tempo.
Capisco che lei non esiste. Non ho il numero perché lei non esiste. Non è vero che le parlo al telefono, lei non esiste. Ascolto ancora il mio amico dottore, l’amico del liceo, e capisco che non saprei come arrivare a piedi in albergo. Capisco che devo prendere un taxi e andrà tutto bene. 
Ringrazio, faccio quello che devo fare e non importa se il tassista parla perché io non lo capisco. Guardo dal finestrino e le macchie scorrono, si mischiano fra loro, si fermano e ripartono. Fanno sempre così. Che noia. La luce mi ferisce, le vetrine hanno sempre quelle cazzo di luci al neon di merda. Guardo il sedile di fronte a me e leggo i cartelli del taxi. Una, due, cinque, venti volte. Ha importanza? No. Cosa c’è scritto? Non lo so ma continuo a leggere.
Quando scendo sono lenta, ancora lenta ma sono anche brava. Pago, entro, prendo la stanza, l’ascensore, sono arrivata.
La stanza è orribile. Vecchia, buia, sa di morte e piscio. E non lo so perché mi sa di morte e piscio perché non ci sono né morti né piscio ma solo roba vecchia. Ma io non esisto qui. Nessuna stanza, nessun morto, nessun piscio. Nessun mobile vecchio. 
Appoggio lo zaino per terra e perdo il tempo fumando sigarette. Scrivo scrivo scrivo sul quaderno nero. Le parole scorrono con il lapis e io scorro dentro di loro. Sono la D, sono la F, sono la S, mi avvolgo su me stessa in stati di felice assenza. 
Mi risveglia il suono del cellulare. Il mio amico mi ha mandato un messaggio, sta arrivando, ha fame.
Mi concentro e rispondo. Non so come fare, adesso. 
Vorrei restare qui, nell’assenza. Non vedere più fantocci cartone tunnel linee. 
Qui è buio, ho accesa solo la luce del comodino e i mobili sono vecchi e scuri. Qui sono in un uovo buio, sono al scuro. 
Fuori c’è l’irrealtà reale.
Quando esco è peggio di quanto pensassi. Le luci tremano e ballano ovunque. Le voci arrivano distorte. I movimenti, intorno, sono lenti in modo esasperante, eppure sono più lenta di loro. 
Faccio il giro della piazza tre volte prima di sedermi nel mezzo, sotto la statua. Aspetto, immobile. Immobilità funzionale al non trovare distrazioni mentali nelle macchie che scolorano nei ristoranti affollati. 
Il mio amico arriva. Lo riconosco perché vedo dei piedi che si fermano davanti a me. Alzo la testa e capisco che deve essere lui, perché la faccia non la vedo bene, ma il sorriso si. E allora mi alzo e lo abbraccio forte. Mi stringo a lui perché è qui. Sento che è reale, sento che ha le spalle larghe e un buon profumo. E’ lui. Sono qui per lui. E’ la realtà. 
Restiamo così per non so quanto. Fermi, a stringerci semplicemente, in silenzio. In quel silenzio ritrovo me stessa attraverso di lui. Un contatto fisico che mi concede una tregua dalla mia follia personale. Sono felice di esser qui, adesso. Lo guardo, ha anche lui la faccia strana, ma non importa. 
Tanto stiamo camminando adesso, e lui mi dice ancora che ha fame. 
- Andiamo al cinese.
- Andiamo.

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