Torna la coscienza della veglia.
Sento le voci di mia madre, di mio figlio, di mio padre.
Sono a casa loro. Con mio figlio. Ho dormito qui.
Il tono di mia madre è il solito. Rabbia. Rabbia trattenuta. Nervosismo, aggressività taciuta, sotterrata sotto strati di perbenismo e finzione. Il risultato è sempre stata una nebulosa nera che non voglio mi contagi. Mia madre è un virus rabbioso e insoddisfatto che deve infettarti, così sei come lei e può sfogare ogni sua virulenza.
Buongiorno realtà. O anche no.
Vorrei dormire ancora, per non sentirli più, ma il senso di colpa gratta il cervello.
Mi alzo, cerco di lavarmi più rapidamente possibile. Se mia madre ti fa dormire di più poi te la fa anche scontare per tutto il giorno. Non importa se non sto bene, se ho dolore dappertutto. Non importa se non vorrei essere qui, se ci sono soltanto per assoluta necessità, non importa chi sono. Importa chi sono loro e mi sbrigo veloce, senza pensare. Sorridi, sorridi, sorridi. Non si accorgeranno di niente, non ti diranno niente. Fingi come ti hanno insegnato e per un po’ reggeremo tutti.
Mi godo mio figlio, il suo minuscolo corpo contro di me, la sua voce, i giochi, la risata sincera. Lo tollero soltanto con lui un contato fisico e abbraccio solo lui. Ma lo sanno, nessuno mi si avvicina mai, vivo da sola e va bene così.
Lasciamo mio figlio dagli altri nonni, andiamo a fare colazione in un bel bar affollatissimo di coppie di sessantenni con i soldi. A quest’ora di domenica ci sono in giro solo loro nei bar. I più giovani dormono ancora, le famiglia sono nei centri commerciali.
Affogo i pensieri in un cappuccino decorato con un fiore viola disegnato sulla schiuma. Guardo quel fiore non richiesto e penso che lo sto pagando dieci centesimi in più. Dieci centesimi per farmi credere di essere in un posto che mi farà stare bene se pago di più. Quel fiore sulla schiuma dice che sono una persona molto elegante e raffinata, integrata, con i soldi. Dovrei stare bene, allora, sono nel posto giusto.
Non penso. Intorno sono solo pupazzi eleganti che ridono parlano e si muovono indipendentemente dalla mia volontà. Non li riconosco come reali, mi fanno mancare l’aria. Movimenti innaturali, troppo lenti, come succede ogni volta che sono nella realtà.
Manca il respiro perché non c’è aria qui.
I pensieri sono aria per me, dove l’aria viene contagiata da tutto questo putridume di cervelli-marionetta la puzza arriva dentro con ferocia e l’unica difesa è l’assenza.
Siamo tre persone che non vorrebbero stare insieme, che si vogliono bene per partito preso, perché è così che funziona, che si ritrovano la domenica mattina per andare a comprare all’Ikea, tempio del capitalismo incastrato in finti buoni principi, dove anche chi non ha soldi per arrivare a fine mese li sputtana in una inutile lanterna natalizia perché costa solo 5 euro e fa la casa bella, pare.
La folla scorre disumana.
Non c’è niente di più disumano della folla, dove ognuno ha faccia di cartone e voce troppo alta. Un enorme serpente che striscia lento fra i reparti, le stesse frasi, le stesse rabbie malcelate, le stesse insoddisfazioni e relazioni insopportabili. Cerco di guardare, di vedere un sorriso sincero, un gesto d’affetto, ma non ne trovo. Faccio bene, a non farmi mai toccare da nessuno, mi sento avvelenata dalla falsità e vivo ogni contatto come falso, non riesco a controllare la repulsione per i contatti fisici. Se sei in una folla all’Ikea può essere effettivamente fonte di stress.
Penso a Eddie Vedder, lo sto ascoltando continuamente in questi giorni.
Society, have mercy on me.
I hope you're not angry, if I disagree.
Society, crazy indeed.
I hope you're not lonely
without me.
La canto nella testa, ma le parole arrivano anche alle labbra e non importa se qualcuno si gira pensando che io parli da sola. Sto solo cantando, perché mi va così. Non importa se sono fonte di imbarazzo per qualcuno, mi sembra bello cantare quando uno ne ha voglia, semplicemente perché ne ha voglia.
Sorrido delle parole della canzone. Alla società cosa vuoi che gliene fotta se te ne vai? Sarai un altro matto, ma nemmeno se ne accorgono. Per le persone come i miei genitori se credi che nella vita sia importante essere felici o cercare di esserlo, sei strano e basta. Non è nemmeno carino che tu ti faccia vedere troppo, risulti imbarazzantemente antiestetico nel loro mondo di manichini vestiti in tiro.
Devi avere la casa ordinata e organizzata perfettamente, ma in testa è necessario avere l’assenza di curiosità. E’ quella, alla fine che ci fotte, e questo l’hanno capito bene, se ne difendono continuamente con muri e trincee nemmeno più estenuanti. La curiosità è la porta che ci apre al mondo e che ci fa incontrare l’altro da noi, in ogni senso. Siano persone, idee, concetti, espressioni. E’ la curiosità che nutre gli interessi e la peculiarità, che nutre la mente e l’anima. Se si può ancora usare questa parola, anima, diventata ostentatamente romantica e fondamentalmente priva di senso.
Ecco, qui non esiste alcuna curiosità, solo chiusura. Fantocci senza anima.
E non perché tutti alla fine comprano le stesse esatte cose per avere le stesse identiche case e anime, no. E’ chiusura nei confronti di ogni idea dell’altro. A nessuno gliene fotte di nessuno.
Vorrebbero essere soli, senza file, senza caos, senza urla e attese. Ma si sentirebbero morire, poi. Il loro incubo ricorrente, lo si vede dai film che vanno a vedere al cinema multisala, sono le catastrofi dove ti ritrovi solo. Scenari post atomici dove ti svegli e ti rendi conto che sono tutti morti e tu no, sei vivo. Le strade sono vuote e non c’è fila, macchine, folla, negozi. Sarebbe la morte immediata dei loro stessi cervelli, perché dipendono da quelle presenze stressanti, il virus ormai ti contagia con i biberon di marca e la culle dell’Ikea dal nome impossibile e il codice a barre perfetto.
Uno scenario post atomico sarebbe il mio sogno. Ma non nelle loro strade di merda, con le vetrine spaccate e il sudiciume e i carrelli rovesciati e le auto abbandonate. E' così che se l'immaginano loro.
Io voglio assenza di persone, di esseri umani. Il nulla, il mondo che ci scrolla di dosso e riprende possesso degli spazi e del tempo.
Non vi sentite soli senza di me. Eddie, dai, che gliene fotte di te, di me, di tutti? Siamo solo arredamento, palline attaccate all’albero di Natale. Se non ci siamo rendiamo spoglia l’atmosfera ma non ci illudiamo di essere qualcosa di più di mero arredamento.
Mio padre legge, mio padre pensa. A lui parlo ogni tanto.
Siamo due rette parallele, estremamente vicine, ma assolutamente parallele. Nessun contatto reale.
Lui ha vissuto il dopoguerra, dove mancava tutto ma c’erano infinite possibilità. Ha lavorato, si è sposato, ha fatto quello che doveva fare: due figlie, il bravo marito, il bravo lavoratore da quarant’anni alla stessa scrivania. Bravo lavoratore non vuol dire necessariamente amare quello che si fa, ma farcelo piacere. La costrizione allo star bene è fondamentale. Senza sacrificio, nessun valore aggiunto. Mio padre è un ottimo lavoratore.
E bravo marito non vuol dire conoscere davvero chi sia tua moglie o volerle bene perché è proprio così, o chiederle comprensione e dialogo. Bravo marito vuol dire andare al lavoro, portare i soldi, comprarle la casa, la macchina, i vestiti. Vuol dire dare a tua moglie la casa al mare, la casa in montagna, un conto in banca con risparmi accumulati e il parrucchiere una volta a settimana. Mio padre è un ottimo marito.
Mio padre è un uomo realizzato. Mio padre è un uomo di successo. Ha soldi, potere, dipendenti, macchinone ma non ostentato che fa volgare. La Lexus ibrida costa un visibilio, ma non è spocchiosa come la Jaguar. Quella ce l’aveva dieci anni fa. Ora, alla sua età sogna la Ferrari e gira in Ibrida.
Gli ho detto che lo capisco, che capisco perché sia così e credo che alla fine sia anche felice, perché nel suo modo assurdo per me, si è davvero realizzato. Non parla più, detesta il tempo con mia madre, vive di abitudini logori e logoranti, sognando una spiaggia tropicale dove invecchiare con una puttana che ti massaggia e ti fa sentire ancora uomo. Ma ne morirebbe, senza il lavoro morirebbe. Che cazzo ha fatto oltre lavorare, comprare il giornale, fare la spesa il sabato mattina, prendere noi da scuola e darci soldi? Cazzo fai a mesate su una spiaggia con le puttane? Meglio la scrivania, si sente più uomo, alla fine. Si incazza, si stressa, telefona, scrive, comanda e prende soldi e paga ma è vivo così, lui. Se lo porterà via un cancro, senza puttana.
Gli ho spiegato che io che sono nata negli anni settanta sono diversa da lui per infiniti morivi. Tralascio di parlare del carattere o delle scelte di vita, non pensiamo troppo. Gli dico solo che io i beni materiali li ho avuti tutti e non avendo sofferto la fame come ha sofferto lui le mie aspettative si sono spostate sulla conoscenza di me stessa e del mondo, sulle idee, sull’immateriale. Per lui è pura assurdità, ma se la vede dal mio punto di vista per me è assurdo vivere per avere pagata una casa dopo trent’anni e sentirsi felici per quello, perché io francamente dormo anche in un furgone con tre vestiti di ricambio, senza acqua corrente.
Sa che sono così, si schifa, ma sono davanti a lui, sono sua figlia, sono proprio io e in qualche modo deve trovare un compromesso con se stesso per amarmi.
Sono intelligente. Colta. Ho forza, molta. Questo, di me, l’ha sempre conquistato.
Stima la mia forza, pensa che io posso fare tutto, ci crede davvero. La mia indipendenza, al contrario della ottenebrante dipendenza di mia madre, l’ha sempre affascinato. Eccolo il suo compromesso per amarmi. Trova la stima di me in etichette che mi ha appiccicato lui stesso fin da bambina.
Io non sono così, non sono quello, ma fa finta di nulla. Mi rimprovera per i miei vestiti e il modo egoista di vivere, ma alla fine mi parla lo stesso e lo fa perché gli va e quando gli va. Altrimenti sta zitto e si fa i cazzi suoi. A me va bene, lo apprezzo, è sincero con me.
Siamo simili, molto. Abbiamo la stessa ironia, ci scambiamo battute su tutto e ne ridiamo come idioti, ma siamo diversi nello scopo di vita e questo crea l’abisso che ci fa scorrere accanto senza vederci realmente, paralleli ma vicini vicini perché c’è rispetto.
Mia madre è una cazzo di linea attorcigliata su se stessa, un cazzo di grumo perfettamente ordinato e pettinato, però.
Dietro muri infrangibili di immagini stereotipate e violente mentalmente. Mia madre si è stuprata da sola il cervello con l’idea dell’apparire bene. Tutto ruota intorno a quello.
Devi apparire bene.
I vicini non devono sapere che odia, nemmeno i parenti o i colleghi. Ssssssh, per carità. Odiare sta male anche se è la pratica più comune e noiosamente abusata che ci sia. Non riflette sull’odio che prova, non si sofferma a pensare che la sta avvelenando e creperà sola e rabbiosa, cerca solo di nasconderlo ai vicini. Sua figlia ha una malattia mentale, è separata, è anche un po’ vacca perché ha due figli da due uomini diversi. Ma non importa chiedersi se sia felice – e lo sono!- importa solo che non si sappia che è così, perché è una cosa brutta essere come me e se è una cosa brutta ed è da nascondere, ci deve rendere per forza infelici.
"Tu vai dallo psichiatra perché non hai un marito e sei sola con due bambini, pensi di essere depressa. Soldi buttati via, potresti andarci dal parrucchiere"
"Mamma, io vado dallo psichiatra perché sono schizofrenica, per tenere sotto controllo i miei stati psicotici, ma sono felice. Molto, anche. Sono soddisfatta della mia vita, anche se non vado dal parrucchiere da sei anni."
"Oh come mai questa cosa? Ma dove abbiamo sbagliato, noi?"
La chiusura è eccessiva. Basta la parola psichiatra, psicologia, mente, malattia e la serratura cerebrale scatta. Oddio, nascondiamo tutto, che figura!
Importa solo cercare le colpe, è un gioco che ci farà litigare per anni, quindi è un bel passatempo.
Di chi è la colpa, geneticamente, se io sono così? Vengono fuori tutti gli odi di mia madre nei confronti dei parenti di mio padre, tutta la rabbia di decenni sotterrata malamente sotto regali di natale e telefonate di auguri.
Canto. Io canto e non rispondo più.
Non penso. A che serve parlare ancora? Ormai anche questa è diventata una sua storia, il suo dramma personale. Non ci dorme la notte, è un fottuto pensiero in più che le fa bruciare lo stomaco e alzare alle tre per bere lamentandosi che poi non si addormenta perché mio padre russa.
Non parlo più. Mi pento anche di aver parlato prima, dovevo continuare a cantare e fottermene di tutto. Invece sono di nuovo rimasta invischiata nella speranza di essere capita, di creare un contatto. A volte vedo uno spiraglio. Uno sguardo diverso, una parola più calma e dolce, un gesto di avvicinamento e allora parlo, dico quello che penso, sorrido. Non la tocco perché ne ho assoluto disgusto, però la guardo e le parlo. Ma poi va sempre così, mi pento sempre. Non capirà mai che quando c’è lei, grumo ordinato, io non sono nemmeno più una linea, non esisto più, semplicemente. Cercami, ma non mi troverai, non siamo sullo stesso piano di realtà, sono già nelle sale della mia mente. Arredate di nero e dove trovo i miei amici immaginari, con cui intrattengo conversazioni strepitose e ci abbracciamo continuamente perché ci va così, cantiamo e suoniamo insieme, abbiamo reali contatti, ma immaginari.
Nel parcheggio ho raggiunto lo stato di assenza totale. Facciano quel che vogliono, sto per andarmene. Anche se parlano di cazzate rabbiose accendo l’i-pod, senza cuffie. Eddie Vedder canta con la sua voce roca e baritonale, che adoro, canta sulle loro voci, le loro vite, me.
Arriviamo a casa mia, scendo, non dico niente, mi rendo conto di non aver salutato solo quando apro la porta con le chiavi, ma non torno indietro. Sono a casa mia. Da sola.
Entro, lascio tutto per terra, vado in camera, chiudo la porta. Solo nero, qui.
Il mio amico immaginario è in piedi davanti alla finestra, si gira, mi sorride, mi accoglie in un abbraccio. Sono tornata, sono a casa. Appoggio la guancia sul suo petto e sento il suo battito lento e regolare, una musica che mi rilassa e mi sentire viva e reale.
Mi rollo una canna, fumo, assaporo il silenzio.
Stiamo bene, vero? Questa sensazione di solitudine oggi è così simile alla felicità che non posso che sentirmi bene. Il resto non conta, importa solo come mi sento io.
Sdraiata sul letto, canna in mano, pensieri belli.
Il mio amico è seduto sul bordo del letto con la sua Fender Stratocaster nera messicana e suona in silenzio, concentrato. Gli accordi scorrono veloci, le dita sono eleganti e rapide nei movimenti, mi ipnotizzano.
Sono benestante a modo mio. Molto benestante.
Vorrei solo che questa società ci avesse fornito anche della separazione obbligata e non reversibile dai genitori e dai parenti in generale.
Il fatto che io sia nata è frutto di scariche ormonali, il fatto che sia nata da loro, proprio da loro, è pura casualità. Nessuna scelta, nessuna volontà. Siamo soltanto abituati ad amarci perché ci hanno insegnato che ci dobbiamo amare.
Io non amo nessuno. Io non ho un reale contatto con nessun altro essere vivente, mai.
Chi mi ha generato ha assolto la sua funzione. Grazie. Vi devo molto visto che oltretutto mi avete anche cresciuta e rimpinzata di materialismo opportuno. Ma non è amore, nemmeno interesse. Non so cosa sia, se non legami imposti e quindi non necessari.
I miei figli hanno bisogno di me, io ci sono. Ho dei contatti con loro, ma è funzionale al momento. Sono altro da me, sono persone che hanno il loro mondo, il loro modo di essere, le loro vite e sentimenti. Non appartengono a me, faranno la loro strada e l’unico compito che ho è prenderli per mano e aiutarli a trovarla, quella strada. In ogni modo in cui mi sarà possibile. Ma non è amore, è natura.
Io l’unico contatto reale e realmente sentito l’ho trovato con un essere umano estraneo agli altri esseri umani. Nessuna necessità nel nostro legame, nessuna aspettativa o imposizione. E’ solo successo, ci siamo trovati, ci siamo riconosciuti simili e con la stessa voglia di viverci. Solo in questo legame-non-legame ho trovato gioia, libertà assoluta, allegria e curiosità. La sincerità, sempre, nell’essere se stessi. Sincerità di intenti e parole. E una meravigliosa fisicità.
Non aveva importanza se fosse maschio, femmina, di che età o ceto sociale, se ci fosse un legame di sangue oppure no. C’era. Esisteva per se stesso. Per un po’ siamo esistiti insieme. Insieme davvero. Non due solitudini che si incontrano, ma un’unica vita.
A volte sono distrutta dall’aver provato quel contatto, perché adesso non c’è più e non potrà mai più esserci.
Più spesso sono felice. Realmente felice. Perché sento, veramente, di essere me stessa fino in fondo, sempre, e se sono così è anche per quel contatto con lui, per la sua vita con me, per questa assurda fusione di qualcosa che non so.
E’ stata l’unica cosa davvero mia, l’unica importante, l’unica che possa dare felicità e io l’ho avuta. Non mi chiedo più cosa ci sia dopo la morte, se lo rivedrò. Non lo faccio più.
Rimango su quello che siamo e basta. Non penso al futuro. Lui è morto, ma cazzo è più vivo, in me, di tutti loro che respirano.
Mi rollo un'altra canna, Eddie Vedder adesso canta Guaranteed. Canto con lui.
E si, sono felice.

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