mercoledì 30 novembre 2011

Se mi guardo negli occhi vedo la tana del Bianconiglio!

Per Te



Siamo alternati, interrotti, complementari. 
Mi piace.

Me



Parlo con Me Stessa, parlo con l’Altra me stessa e poi arriva me stessa la Straniera accompagnata da me stessa l’Ironica. Uh, guarda, oggi c’è anche l’Insicura a braccetto con la Sociopatica. 
Sediamoci tutte e vi offro il tè. 
Sono il Cappellaio Matto di me stessa.
Non mi sfiorate i sentimenti o qui crolla tutto il servito da tè

Idea di te



Per quanto tutto possa essere mutevole, dentro di me ci sono idee che restano immutate. 
Tu risiedi lì, ponte immutato fra passato e presente.

Non sono i polmoni che mi fanno respirare, sono le idee.

Problema


E' tutto qui il problema:
il mio cervello indossa abiti troppo stretti

lunedì 28 novembre 2011

?



Vorrei esistere soltanto come punto interrogativo, perchè tanto non esclamerò mai nulla.

Rime di me



Isolata desolata annoiata consumata depredata allucinata
Detestabili rime amabile me

Sto pensando un urlo. E lo sto pensando così forte che adesso la luna andrà in pezzi



Sto pensando un urlo. 
E lo sto pensando così forte che adesso la luna andrà in pezzi

Quotidiano



Il quotidiano logora la voglia di conoscere chi vive con te. 
Si finisce per sapere quanto uno si lava i denti prima di sapere se è felice.

Alba



E’ l’alba e tu dormi accanto a me.
Fra poco ti sveglierai e io me ne andrò.
Torno alla mia solitudine, 
re incontrastato del mio lodevole squilibrio. 
Per te questo fiore, lo lascio qui nei tuoi sogni,
per te che sei eterna dea 
di ogni mio quotidiano tentativo di amare me stesso.


D.L.

Pensiero


E’ il mio stesso pensiero che fa di te un dio
Il mio stesso pensiero che ti evoca e sospinge nella dimensione di irreale perfezione
Intangibile a essere umano.
Ma io non sono più umana da tempo, ormai.
Ho trasceso me stessa attraverso il dolore 
Le lacrime hanno scavato solchi così roventi nell’anima 
Che venero quelle cicatrici deponendovi altre lacrime.
Non sono più umana. 
Sono il niente
Sono tutto
E mi basto, algidamente avulsa da ogni altrui respiro

Io non temo la morte temo un contatto con un altro essere umano



Io non temo la morte
temo un contatto con un altro essere umano.

Emozioni



Non ho delle reali emozioni, quindi non riconosco nelle persone che ho davanti soggetti con capacità di avere sentimenti. Faccio e dico quello che mi pare, tanto anche se si rompono sono solo pupazzi. Sono un'insensibile di merda.

Angelo



Facendo a pezzi voi ho ricostruito me stessa.
Facendo a pezzi me stessa ho ricostruito l'universo.

Abisso



Sono io che ogni giorno percorro l’abisso e torno nel mondo.
Non permettere a nessuno di compiere il percorso inverso, di fare quel salto per raggiungere me 
è l’unica difesa che possiedo per non vedermi mangiata viva dalla realtà.

Corriamo


“Corriamo
Scappiamo
Rifugiamoci nei nostri mondi alieni dalla realtà,
rincorrimi e prendimi dove nessun altro può scalfire questo anelato benessere!
Qui si soffoca
E’ sempre la solita mera banale insidiosa realtà di merda.
E’ come essere presi in una ragnatela, più ti divincoli più ti stringe. La loro realtà ti avvinghia appiccicosa e ti schiaccia contro muri di false certezze e imposte condizioni.
Voglio la mia libertà di urlare tutto il disgusto con un cazzo di urlo animalesco e feroce.
Quello che fanno è ingiusto, innaturale, illegittimo, incontrovertibile in quanto creato giustificato divinizzato e canonizzato da loro stessi.
La vita deve essere così perché è così.
Domande?
Qualcuna si, scusa.
No. Non si fanno domande, qui.
Ok, scherzavo, cambio subito realtà.
No. Non si può. Questo è contro le nostre regole.
Perché abbiamo la capacità di farci domande e non di risponderci? Chi ha imposto questa limitazione? Chi ci obbliga al Dubbio senza Soluzione di Continuità?
Nessuna importanza ai bisogni di un essere umano se questi vanno contro la legge del guadagno.
Nessuno si volta a guardarti senza pensare se gli conviene o no.
Per capirti, poi, troppa fatica.
Ascolta tu per primo, mi dico. Ascoltali, dai loro il tuo tempo, le tue energie, cambia tu.
Ascolto. Per tanto tempo, anche.
Non vedo una reale volontà di andare oltre a una forma e a un’etichetta appiccicata dall’esteriorità e dal ruolo.
Soffoco.
La loro stessa esistenza, il sapere che possono interagire con me, mi soffoca i pensieri.
Mi immobilizzo ipnotizzato da un disgusto di forma.
Mi relego entro pochi minuti in un barricato segreto pensiero. Ruoto intorno a me, non li comprendo.
Sono ombre, espressioni cristallizzate dai secondi su volti di gesso, prese dal loro egocentrico bisogno di attenzione e di gridare costantemente io esisto.
Mi stai pestando l’anima, stronzo.
E i tuoi piedi sono sporchi come i miei, quindi non giudicarmi mentre mi calpesti.
Aborro ogni forma di giudizio. Intanto presupporrebbe un reale interesse nella questione, io non ho quasi mai interesse nei sentimenti e nelle vite degli altri.
Se ne avessi vivrei costantemente preoccupato delle vite di altre persone e voglio ben sperare che il mio tempo serva a qualcosa di più che fare da spugna assorbente di lacrime che non mi cambiano la vita.
Merda.
Pensatemi mostro, è solo sincerità.
Non si nasce così, ci si arriva. Penso solo di esserci arrivato troppo presto, quel tanto da fottermi ogni possibilità di rapporti con altri esseri.
Sono solo una galleria di volti
camminando li osservo, ma vado sempre avanti per la mia strada
da solo.
Posso solo regolare il passo, rallentare o correre via, ma non posso fermarmi.
Io non riesco a fermarmi.
Non lo so dove mi porterà tutto questo buio dentro, questo correre per distanziarlo. Quando mi tocca il cervello è una tortura che non riesco più a sopportare.
Il tempo passa, i piedi fanno male, ho bisogno di riposarmi un po’.”

Pillole di felicità



Pillola rossa sul palmo della mano
Pillola rossa che riporta alla realtà
Mi deve rendere felice
Perché sarò adeguata. Adatta.
Ma non è la mia realtà ed è felicità indotta.
E’ vivere in un sogno dentro un sogno
La mia realtà è irreale
Ma l'irrealtà vera è la realtà.
Due livelli di coscienza
Due vite
Due me
Per quanto?
Per quanto devo concedere fittizie felicità a me stessa? 
Farmele andare bene
Guardare i manichini in faccia
Comunicare con voci che avrei preferito non capire
Per quanto dovrò ingoiare pillole rosse che mi strappano da me?
Se non esisto che esisto a fare?

venerdì 25 novembre 2011

Psicomerda



Psichiatri supponenti
Vi rido addosso.
A voi e alle vostre teorie autocelebrative. Alle vostre domande noiose e agli schemi preimpostati e imposti.
Più siete orgogliosi di voi più è facile fottervi e nemmeno ve ne rendete conto. Basta darvi ragione che l’ego vi obnubila i cervelli. Non capite più un cazzo di me.
Resto ammirata, a volte, dalle spiegazioni sempre più evolute. Ma sono evoluzioni mentali che immancabilmente finiscono per annoiarmi a morte.
E poi, scusate, ma col cazzo che mi do in pasto a voi. Ennesimo crash test dummie del cervello.
Somministrate farmaci all’occorrenza.
Peccato che sia un’occorrenza che non riconosco.
Quante terapie dovete cambiare prima di capire che disturbo avete davanti? O era il contrario? Uh, mi confondete.
O siete voi, i confusi?

Treno per Roma



I piedi sono pesanti mentre percorro il corridoio del sottopassaggio. Sono persone quelle che mi passano accanto. Credo.
Guardo i miei piedi che toccano il pavimento, le mie scarpe sentono la sua consistenza. Sto camminando. Sono davvero qui e sono davvero persone, allora.
Le luci delle vetrine feriscono gli occhi e i pensieri. Provo a guardare di nuovo.
La realtà è avvolta da aloni lattiginosi. Non sono io a essere in una bolla, è il mondo. Ogni oggetto, luce, essere umano ha acquisito un alone denso e spesso. Non riesco a vedere attraverso, mi sento l’unico essere reale a calpestare questo reale pavimento. 
Salgo sulla scala mobile e l’appiccicume sul corrimano mi provoca un disgusto inaspettato, che mi scuote. Sono reale, sta succedendo. Immediatamente la difesa, ancora una volta. Non ci penso più. Il pensiero si relega in stati di assenza e il corrimano non esiste più. Nemmeno io.
Mi ricordo dove sono quando la scala si appiattisce sparendo nel pavimento. Inciampo. Quando sollevo la testa la folla è ovunque e non so dove andare per evitarla. Individuo il percorso giallo che porta verso i binari e cammino lenta. I piedi pesano ancora, le gambe però non le sento. 
Cocciutamente seguo la linea gialla. Chi mi viene incontro si deve spostare perché io non mi muovo. Cammino lenta ma con caparbietà.
Sono sicura che devo andare al binario 10. Lo so. Lo faccio.
C’è già il treno, ma non accelero. Non so che ore siano, non lo so da molte ore, ho perso il tempo. L’ho perso prima di uscire, poi in macchina ascoltando i SOAD, poi nel sottopassaggio. 
Fumo una sigaretta mentre le nervature del marmo della colonna mi raccontano la storia di una donna con un bambino sulle spalle che incontra un coniglio che si trasforma in un gigante vestito da suora. Poi arriva sorella morte col mitra AK 45 e solleva la donna il gigante il bambino tutti e li fa diventare una palla grigia per sparare ballando lenta. 
Salgo sul treno, cerco il mio posto, mi siedo. Apro il libro e mi metto a leggere, ma fra le lettere nere qualcuno mi dice che non ho controllato che treno sia. Provo a ignorarlo, sono sul treno, che cazzo vuole? Grida forte, adesso. Va bene, ti ascolto. Va bene, faccio come vuoi tu così la smetti.
Sollevo lo sguardo per cercare un aiuto. Il cervello ha un sussulto. L’uomo di fronte a me è sfocato. Riesco a percepire soltanto che è vestito di marrone chiaro, ma la sua faccia è un magma color carne. Ma devo chiedere.
- Scusi, questo treno va a Roma?
Mi guarda in modo strano. Non so come faccio a saperlo, non lo vedo, ma lo vedo lo stesso. Per fortuna parla a voce molto alta e scandisce bene le parole.
- Mi auguro di no, io sto andando a Milano.
Non riesco a rispondere, abbozzo solo un sorriso. Mi alzo e me ne vado. Questa volta controllo, mentre i manichini passano accanto al cartello con le valigie in mano.
Raggiungo il treno giusto, mi siedo, mi sento efficiente e coraggiosa. Allegra. Prendo il quaderno, lo apro. Inizio a rileggere le poesie. Devo fare le ultime correzioni, spostare l’ordine della lettura, rileggo tutto, la musica dei SOAD sempre nelle orecchie. 
Il treno si ferma e non ho ancora finito. Ho perso il tempo. Un’ora e mezza è andata via e sento di non aver finito niente di quello che avrei voluto. La mente si dilata, il tempo non le basta mai. 
Scendo dal treno.
Il corridoio del binario diventa un tunnel di macchie grigie. Aloni densi e colorati si muovono risucchiati dalla fine di quel tunnel. Cammino verso la panchina fra le colonne, lo sguardo basso a controllare i piedi. Si muovono, sto camminando, arrivo alla panchina. Così, ok. 
Sigaretta mentre i piedi delle persone diventano barche che galleggiano nel grigio. Il fumo mi brucia gli occhi e mi rendo conto di avere la sigaretta fra le labbra, le braccia abbandonate lungo i fianchi, lo sguardo fisso da matta. Che cazzo sta succedendo? Sono io, sono alla stazione, ci sono persone che camminano ordinatamente lungo il binario, senza oltrepassare la linea gialla, lo dice l’altoparlante che non si deve fare e non lo fanno. 
Mi alzo e vado con loro e non vado al di là della linea gialla, ma la seguo. Da qualche parte arriverà. 
Le facce diventano ancora di cartone, lapis cancellato da una gomma sporca. Il tempo, intorno, rallenta fino quasi a fermarsi mentre io raggiungo l’uscita. Esisto solo io, la mia lentezza esasperante, la porta che si fa sempre più vicina ma non si avvicina mai. 
Sono fuori. E non so dove devo andare. Dove cazzo sono e perché sono qui.
Cosa devo fare, io, qui?
Il mio amico. Si, lo so, sono venuta qui per il mio amico e lo devo incontrare. Ma non adesso, lui è al lavoro.
Mi ricordo dove devo andare. Mi rendo conto che non ho minimamente pensato a come arrivarci.
Continuo a camminare, lenta ma costane. Nonostante le persone, i semafori rossi, i taxi, i senegalesi con la mercanzia esposta per terra. Non cambio direzione, seguo la mia linea immaginaria. Mi ritrovo al punto di partenza, ho girato la piazza e sono tornata alla stazione. Ho bisogno di aiuto. Mi rendo conto che non so niente. Non so cosa devo fare. Non riesco a pensare niente.
Intorno ci sono solo macchie tremolanti e macchie che vanno veloce per fermarsi all’improvviso. Sono ovunque, intorno a me e non capisco più dove cazzo sono io adesso. 
Prendo il telefono. Devo chiamare lei, è lei quella efficiente fra noi due, mi dirà cosa devo fare. Cerco il numero in rubrica e non lo trovo. Che cazzo sta succedendo? Dov’è? La chiamo sempre, deve esserci per forza. Cerco il nome una, due, infinite volte. Perdo ancora il tempo. L’adrenalina sta inviando scariche che mi spossano e mi mettono ansia. Non c’è. Il numero non c’è. 
Sono nella merda, non può essere reale. Nella realtà io il numero lo trovo e telefono.
Vedo un altro numero. Il mio amico dottore, l’amico del liceo, quello strano che però è diventato dottore.
- Jacopo, non so dove sono, non so cosa devo fare.
Lui parla, parla, parla. Mi calmo, riprendo a camminare, capisco che sono a Roma perché me lo sta chiedendo con la sua voce familiare.
- Adesso che sei più calma guardati intorno. Lo sai dove sei?
- Roma. 
- Dove?
- Alla stazione.
Tutto è chiaro. Devo andare in albergo ma non so come arrivarci. Voglio arrivarci a piedi, ho tempo. So di avere tempo.
Capisco che lei non esiste. Non ho il numero perché lei non esiste. Non è vero che le parlo al telefono, lei non esiste. Ascolto ancora il mio amico dottore, l’amico del liceo, e capisco che non saprei come arrivare a piedi in albergo. Capisco che devo prendere un taxi e andrà tutto bene. 
Ringrazio, faccio quello che devo fare e non importa se il tassista parla perché io non lo capisco. Guardo dal finestrino e le macchie scorrono, si mischiano fra loro, si fermano e ripartono. Fanno sempre così. Che noia. La luce mi ferisce, le vetrine hanno sempre quelle cazzo di luci al neon di merda. Guardo il sedile di fronte a me e leggo i cartelli del taxi. Una, due, cinque, venti volte. Ha importanza? No. Cosa c’è scritto? Non lo so ma continuo a leggere.
Quando scendo sono lenta, ancora lenta ma sono anche brava. Pago, entro, prendo la stanza, l’ascensore, sono arrivata.
La stanza è orribile. Vecchia, buia, sa di morte e piscio. E non lo so perché mi sa di morte e piscio perché non ci sono né morti né piscio ma solo roba vecchia. Ma io non esisto qui. Nessuna stanza, nessun morto, nessun piscio. Nessun mobile vecchio. 
Appoggio lo zaino per terra e perdo il tempo fumando sigarette. Scrivo scrivo scrivo sul quaderno nero. Le parole scorrono con il lapis e io scorro dentro di loro. Sono la D, sono la F, sono la S, mi avvolgo su me stessa in stati di felice assenza. 
Mi risveglia il suono del cellulare. Il mio amico mi ha mandato un messaggio, sta arrivando, ha fame.
Mi concentro e rispondo. Non so come fare, adesso. 
Vorrei restare qui, nell’assenza. Non vedere più fantocci cartone tunnel linee. 
Qui è buio, ho accesa solo la luce del comodino e i mobili sono vecchi e scuri. Qui sono in un uovo buio, sono al scuro. 
Fuori c’è l’irrealtà reale.
Quando esco è peggio di quanto pensassi. Le luci tremano e ballano ovunque. Le voci arrivano distorte. I movimenti, intorno, sono lenti in modo esasperante, eppure sono più lenta di loro. 
Faccio il giro della piazza tre volte prima di sedermi nel mezzo, sotto la statua. Aspetto, immobile. Immobilità funzionale al non trovare distrazioni mentali nelle macchie che scolorano nei ristoranti affollati. 
Il mio amico arriva. Lo riconosco perché vedo dei piedi che si fermano davanti a me. Alzo la testa e capisco che deve essere lui, perché la faccia non la vedo bene, ma il sorriso si. E allora mi alzo e lo abbraccio forte. Mi stringo a lui perché è qui. Sento che è reale, sento che ha le spalle larghe e un buon profumo. E’ lui. Sono qui per lui. E’ la realtà. 
Restiamo così per non so quanto. Fermi, a stringerci semplicemente, in silenzio. In quel silenzio ritrovo me stessa attraverso di lui. Un contatto fisico che mi concede una tregua dalla mia follia personale. Sono felice di esser qui, adesso. Lo guardo, ha anche lui la faccia strana, ma non importa. 
Tanto stiamo camminando adesso, e lui mi dice ancora che ha fame. 
- Andiamo al cinese.
- Andiamo.
Risiedo stabilmente nella mia follia
Mi guardo in uno specchio imposto
truccando gli occhi con sogni neri
Dipingo le pareti dei miei deliri
compagni di vita con cui divido anima e cervello
Respiro la solitudine
La rendo condizione per non impazzire del tutto
avvolta da una realtà che mi è incomprensibile.
Credevo di essermi persa
So che mi stavo trovando
Mi sono presa per mano graffiandomi senza pietà
Ma sono tornata da me.
Esserci è un qualcosa di inimmaginabile
Ma va bene così.
Respiro esisto in questa mia irrealtà 
fatta di bambole di cartone e pensieri felici.
Torno bambina
Assecondando ogni voglia ogni pensiero ogni fantasia
La follia non è male
E io sono la dea di me stessa

I matti sono l'effetto collaterale della fantasia

Genero follia. Partorisco sogni

Non nel mio letto

E’ sempre uguale.
Il freddo che ti avvinghia, la luce che inizia a cambiare rischiarando il cielo buio, la mia fuga.
Non resti a dormire qui?
No. Non resto mai a dormire, è troppo intimo.
Raggiungo la macchina, fatico ad infilare la chiave. Sono strafatta di thc, oppio, alcol. 
Entro e accendo il motore. Finalmente libera di andarmene. 
Assaporo la libertà che mi sono presa nonostante non fosse opportuno farlo, rifiuto queste fisicità che non mi appartengono. Assaporo il mio silenzio, penso a quando sarò nella mia stanza, solo mia e di nessun altro.
Non ricordo la strada per tornare a casa, ma non importa. Non importa mai, in qualche modo arrivo e non ho fretta.
Penso che se mi fermano adesso mi fottono la patente, quindi guido né troppo veloce né troppo piano, concentrata sulla linea di mezzeria, la musica che non ha senso. Mi sforzo di non ascoltarla, altrimenti mi perdo.
Mi perdo lo stesso nei pensieri e perdo pezzi di strada, perdo di nuovo il tempo.
I ricordi affiorano anche se non voglio. 
Immagini di una me che non riconosco, di una me che non c’era, che non sono io. Io non lo so più dove sono, sto andando a cercarmi.
Mi chiedo se proprio io ho fatto quelle cose. Mi rispondo di si a ogni immagine che ferisce il cervello. 
Non pensare più, guarda solo la linea di mezzeria.
E’ solo una notte di sesso con un semi sconosciuto, un altro uomo che ho scelto di allontanare relegandolo a oggetto. 
Un oggetto non possiede mani per toccarti l’anima.
Lui parlava, parlava, volevo solo che tacesse. Vuole cene, serate di film, week end insieme, vacanze. No. Io non sono così. Io non ce la faccio a dare tutto questo, mi tiro sempre indietro. Viene avanti, allora, l’altra me. Disillusa, stronza, cinica. Parlo e non sono io. 
Ho chiesto quale fosse lo scopo di questa serata, ho specificato che non intendo concedere niente della mia vita, che posso solo essere un divertimento, da prendere come tale. Di solito o si incazzano, e allora poco male, non mi interessa, o accettano subito.
Lui ha accettato subito e non si è fatto mancare niente.
Ok, fai tutto quello che vuoi, non lo stai facendo a me.
Percorro la strada insieme alle immagini che affiorano, alle frasi, alla luce. Faccio sempre caso a come una stanza è illuminata dalla luce, anche quando non sono io, anche quando sto facendo del sesso perverso con un semi sconosciuto.
Triste, il sesso perverso, se lo fai così. Un film porno che giri e non sei tu. Godi e non godi tu, ti muovi e non sei tu.
Per evitare la polizia che pattuglia il viale passo dal bosco e ci metto mezz’ora in quella stradina tutta curve, a doppio senso, troppo stretta. Ma a quest’ora non c’è nessuno. Ascolto Ummagumma e mi faccio trascinare in connessioni psichedeliche.
Quando arrivo a casa mi butto sul letto. Nemmeno ce la faccio a fare una doccia. Tutto gira a destra, giri infiniti. Poi di colpo tutto gira a sinistra, senza tregua. Ho le vertigini di me. 
Mi rannicchio aspettando di addormentarmi, ma il sonno non viene. Solo immagini di quel letto, di quegli oggetti da sexy shop, immagini di lui, le sue parole, i gemiti e i sospiri. 
Mi rollo un’altra canna e ho perso il conto. Mi faccio un purino che mi stenda, non voglio più pensieri.
L’accendo e mi sdraio, aspettando di perdere i sensi.
Penso di nuovo che lui voleva una storia, voleva uscire come una coppietta, voleva cene con la sua donna. Quello che posso dare io è solo sesso. Nessun altro contatto, non ce la faccio. Ho il terrore dei rapporti umani. Se chiedi un legame io scappo. Se pretendi Me, non ci sarò mai. Ho qualcosa che non va, dentro. Qualcosa di rotto.
E non lo so perché è così.
No, lo so. Ma sono strafatta, i pensieri volano via, tutto ricomincia a girare per poi fermarsi e diventare buio. 
Finalmente assenza.

lunedì 7 novembre 2011

Domenica

Torna la coscienza della veglia.
Sento le voci di mia madre, di mio figlio, di mio padre.
Sono a casa loro. Con mio figlio. Ho dormito qui.
Il tono di mia madre è il solito. Rabbia. Rabbia trattenuta. Nervosismo, aggressività taciuta, sotterrata sotto strati di perbenismo e finzione. Il risultato è sempre stata una nebulosa nera che non voglio mi contagi. Mia madre è un virus rabbioso e insoddisfatto che deve infettarti, così sei come lei e può sfogare ogni sua virulenza.
Buongiorno realtà. O anche no.
Vorrei dormire ancora, per non sentirli più, ma il senso di colpa gratta il cervello.
Mi alzo, cerco di lavarmi più rapidamente possibile. Se mia madre ti fa dormire di più poi te la fa anche scontare per tutto il giorno. Non importa se non sto bene, se ho dolore dappertutto. Non importa se non vorrei essere qui, se ci sono soltanto per assoluta necessità, non importa chi sono. Importa chi sono loro e mi sbrigo veloce, senza pensare. Sorridi, sorridi, sorridi. Non si accorgeranno di niente, non ti diranno niente. Fingi come ti hanno insegnato e per un po’ reggeremo tutti.
Mi godo mio figlio, il suo minuscolo corpo contro di me, la sua voce, i giochi, la risata sincera. Lo tollero soltanto con lui un contato fisico e abbraccio solo lui. Ma lo sanno, nessuno mi si avvicina mai, vivo da sola e va bene così.
Lasciamo mio figlio dagli altri nonni, andiamo a fare colazione in un bel bar affollatissimo di coppie di sessantenni con i soldi. A quest’ora di domenica ci sono in giro solo loro nei bar. I più giovani dormono ancora, le famiglia sono nei centri commerciali.
Affogo i pensieri in un cappuccino decorato con un fiore viola disegnato sulla schiuma. Guardo quel fiore non richiesto e penso che lo sto pagando dieci centesimi in più. Dieci centesimi per farmi credere di essere in un posto che mi farà stare bene se pago di più. Quel fiore sulla schiuma dice che sono una persona molto elegante e raffinata, integrata, con i soldi. Dovrei stare bene, allora, sono nel posto giusto.
Non penso. Intorno sono solo pupazzi eleganti che ridono parlano e si muovono indipendentemente dalla mia volontà. Non li riconosco come reali, mi fanno mancare l’aria. Movimenti innaturali, troppo lenti, come succede ogni volta che sono nella realtà.
Manca il respiro perché non c’è aria qui.
I pensieri sono aria per me, dove l’aria viene contagiata da tutto questo putridume di cervelli-marionetta la puzza arriva dentro con ferocia e l’unica difesa è l’assenza.
Siamo tre persone che non vorrebbero stare insieme, che si vogliono bene per partito preso, perché è così che funziona, che si ritrovano la domenica mattina per andare a comprare all’Ikea, tempio del capitalismo incastrato in finti buoni principi, dove anche chi non ha soldi per arrivare a fine mese li sputtana in una inutile lanterna natalizia perché costa solo 5 euro e fa la casa bella, pare.
La folla scorre disumana.
Non c’è niente di più disumano della folla, dove ognuno ha faccia di cartone e voce troppo alta. Un enorme serpente che striscia lento fra i reparti, le stesse frasi, le stesse rabbie malcelate, le stesse insoddisfazioni e relazioni insopportabili. Cerco di guardare, di vedere un sorriso sincero, un gesto d’affetto, ma non ne trovo. Faccio bene, a non farmi mai toccare da nessuno, mi sento avvelenata dalla falsità e vivo ogni contatto come falso, non riesco a controllare la repulsione per i contatti fisici. Se sei in una folla all’Ikea può essere effettivamente fonte di stress.
Penso a Eddie Vedder, lo sto ascoltando continuamente in questi giorni.
Society, have mercy on me.
I hope you're not angry, if I disagree.
Society, crazy indeed.
I hope you're not lonely
without me.
La canto nella testa, ma le parole arrivano anche alle labbra e non importa se qualcuno si gira pensando che io parli da sola. Sto solo cantando, perché mi va così. Non importa se sono fonte di imbarazzo per qualcuno, mi sembra bello cantare quando uno ne ha voglia, semplicemente perché ne ha voglia.
Sorrido delle parole della canzone. Alla società cosa vuoi che gliene fotta se te ne vai? Sarai un altro matto, ma nemmeno se ne accorgono. Per le persone come i miei genitori se credi che nella vita sia importante essere felici o cercare di esserlo, sei strano e basta. Non è nemmeno carino che tu ti faccia vedere troppo, risulti imbarazzantemente antiestetico nel loro mondo di manichini vestiti in tiro.
Devi avere la casa ordinata e organizzata perfettamente, ma in testa è necessario avere l’assenza di curiosità. E’ quella, alla fine che ci fotte, e questo l’hanno capito bene, se ne difendono continuamente con muri e trincee nemmeno più estenuanti. La curiosità è la porta che ci apre al mondo e che ci fa incontrare l’altro da noi, in ogni senso. Siano persone, idee, concetti, espressioni. E’ la curiosità che nutre gli interessi e la peculiarità, che nutre la mente e l’anima. Se si può ancora usare questa parola, anima, diventata ostentatamente romantica e fondamentalmente priva di senso.
Ecco, qui non esiste alcuna curiosità, solo chiusura. Fantocci senza anima.
E non perché tutti alla fine comprano le stesse esatte cose per avere le stesse identiche case e anime, no. E’ chiusura nei confronti di ogni idea dell’altro. A nessuno gliene fotte di nessuno.
Vorrebbero essere soli, senza file, senza caos, senza urla e attese. Ma si sentirebbero morire, poi. Il loro incubo ricorrente, lo si vede dai film che vanno a vedere al cinema multisala, sono le catastrofi dove ti ritrovi solo. Scenari post atomici dove ti svegli e ti rendi conto che sono tutti morti e tu no, sei vivo. Le strade sono vuote e non c’è fila, macchine, folla, negozi. Sarebbe la morte immediata dei loro stessi cervelli, perché dipendono da quelle presenze stressanti, il virus ormai ti contagia con i biberon di marca e la culle dell’Ikea dal nome impossibile e il codice a barre perfetto.
Uno scenario post atomico sarebbe il mio sogno. Ma non nelle loro strade di merda, con le vetrine spaccate e il sudiciume e i carrelli rovesciati e le auto abbandonate. E' così che se l'immaginano loro.
Io voglio assenza di persone, di esseri umani. Il nulla, il mondo che ci scrolla di dosso e riprende possesso degli spazi e del tempo.
Non vi sentite soli senza di me. Eddie, dai, che gliene fotte di te, di me, di tutti? Siamo solo arredamento, palline attaccate all’albero di Natale. Se non ci siamo rendiamo spoglia l’atmosfera ma non ci illudiamo di essere qualcosa di più di mero arredamento.
Mio padre legge, mio padre pensa. A lui parlo ogni tanto.
Siamo due rette parallele, estremamente vicine, ma assolutamente parallele. Nessun contatto reale.
Lui ha vissuto il dopoguerra, dove mancava tutto ma c’erano infinite possibilità. Ha lavorato, si è sposato, ha fatto quello che doveva fare: due figlie, il bravo marito, il bravo lavoratore da quarant’anni alla stessa scrivania. Bravo lavoratore non vuol dire necessariamente amare quello che si fa, ma farcelo piacere. La costrizione allo star bene è fondamentale. Senza sacrificio, nessun valore aggiunto. Mio padre è un ottimo lavoratore.
E bravo marito non vuol dire conoscere davvero chi sia tua moglie o volerle bene perché è proprio così, o chiederle comprensione e dialogo. Bravo marito vuol dire andare al lavoro, portare i soldi, comprarle la casa, la macchina, i vestiti. Vuol dire dare a tua moglie la casa al mare, la casa in montagna, un conto in banca con risparmi accumulati e il parrucchiere una volta a settimana. Mio padre è un ottimo marito.
Mio padre è un uomo realizzato. Mio padre è un uomo di successo. Ha soldi, potere, dipendenti, macchinone ma non ostentato che fa volgare. La Lexus ibrida costa un visibilio, ma non è spocchiosa come la Jaguar. Quella ce l’aveva dieci anni fa. Ora, alla sua età sogna la Ferrari e gira in Ibrida.
Gli ho detto che lo capisco, che capisco perché sia così e credo che alla fine sia anche felice, perché nel suo modo assurdo per me, si è davvero realizzato. Non parla più, detesta il tempo con mia madre, vive di abitudini logori e logoranti, sognando una spiaggia tropicale dove invecchiare con una puttana che ti massaggia e ti fa sentire ancora uomo. Ma ne morirebbe, senza il lavoro morirebbe. Che cazzo ha fatto oltre lavorare, comprare il giornale, fare la spesa il sabato mattina, prendere noi da scuola e darci soldi? Cazzo fai a mesate su una spiaggia con le puttane? Meglio la scrivania, si sente più uomo, alla fine. Si incazza, si stressa, telefona, scrive, comanda e prende soldi e paga ma è vivo così, lui. Se lo porterà via un cancro, senza puttana.
Gli ho spiegato che io che sono nata negli anni settanta sono diversa da lui per infiniti morivi. Tralascio di parlare del carattere o delle scelte di vita, non pensiamo troppo. Gli dico solo che io i beni materiali li ho avuti tutti e non avendo sofferto la fame come ha sofferto lui le mie aspettative si sono spostate sulla conoscenza di me stessa e del mondo, sulle idee, sull’immateriale. Per lui è pura assurdità, ma se la vede dal mio punto di vista per me è assurdo vivere per avere pagata una casa dopo trent’anni e sentirsi felici per quello, perché io francamente dormo anche in un furgone con tre vestiti di ricambio, senza acqua corrente.
Sa che sono così, si schifa, ma sono davanti a lui, sono sua figlia, sono proprio io e in qualche modo deve trovare un compromesso con se stesso per amarmi.
Sono intelligente. Colta. Ho forza, molta. Questo, di me, l’ha sempre conquistato.
Stima la mia forza, pensa che io posso fare tutto, ci crede davvero. La mia indipendenza, al contrario della ottenebrante dipendenza di mia madre, l’ha sempre affascinato. Eccolo il suo compromesso per amarmi. Trova la stima di me in etichette che mi ha appiccicato lui stesso fin da bambina.
Io non sono così, non sono quello, ma fa finta di nulla. Mi rimprovera per i miei vestiti e il modo egoista di vivere, ma alla fine mi parla lo stesso e lo fa perché gli va e quando gli va. Altrimenti sta zitto e si fa i cazzi suoi. A me va bene, lo apprezzo, è sincero con me.
Siamo simili, molto. Abbiamo la stessa ironia, ci scambiamo battute su tutto e ne ridiamo come idioti, ma siamo diversi nello scopo di vita e questo crea l’abisso che ci fa scorrere accanto senza vederci realmente, paralleli ma vicini vicini perché c’è rispetto.
Mia madre è una cazzo di linea attorcigliata su se stessa, un cazzo di grumo perfettamente ordinato e pettinato, però.
Dietro muri infrangibili di immagini stereotipate e violente mentalmente. Mia madre si è stuprata da sola il cervello con l’idea dell’apparire bene. Tutto ruota intorno a quello.
Devi apparire bene.
I vicini non devono sapere che odia, nemmeno i parenti o i colleghi. Ssssssh, per carità. Odiare sta male anche se è la pratica più comune e noiosamente abusata che ci sia. Non riflette sull’odio che prova, non si sofferma a pensare che la sta avvelenando e creperà sola e rabbiosa, cerca solo di nasconderlo ai vicini. Sua figlia ha una malattia mentale, è separata, è anche un po’ vacca perché ha due figli da due uomini diversi. Ma non importa chiedersi se sia felice – e lo sono!- importa solo che non si sappia che è così, perché è una cosa brutta essere come me e se è una cosa brutta ed è da nascondere, ci deve rendere per forza infelici.
"Tu vai dallo psichiatra perché non hai un marito e sei sola con due bambini, pensi di essere depressa. Soldi buttati via, potresti andarci dal parrucchiere"
"Mamma, io vado dallo psichiatra perché sono schizofrenica, per tenere sotto controllo i miei stati psicotici, ma sono felice. Molto, anche. Sono soddisfatta della mia vita, anche se non vado dal parrucchiere da sei anni."
"Oh come mai questa cosa? Ma dove abbiamo sbagliato, noi?"
La chiusura è eccessiva. Basta la parola psichiatra, psicologia, mente, malattia e la serratura cerebrale scatta. Oddio, nascondiamo tutto, che figura!
Importa solo cercare le colpe, è un gioco che ci farà litigare per anni, quindi è un bel passatempo.
Di chi è la colpa, geneticamente, se io sono così? Vengono fuori tutti gli odi di mia madre nei confronti dei parenti di mio padre, tutta la rabbia di decenni sotterrata malamente sotto regali di natale e telefonate di auguri.
Canto. Io canto e non rispondo più.
Non penso. A che serve parlare ancora? Ormai anche questa è diventata una sua storia, il suo dramma personale. Non ci dorme la notte, è un fottuto pensiero in più che le fa bruciare lo stomaco e alzare alle tre per bere lamentandosi che poi non si addormenta perché mio padre russa.
Non parlo più. Mi pento anche di aver parlato prima, dovevo continuare a cantare e fottermene di tutto. Invece sono di nuovo rimasta invischiata nella speranza di essere capita, di creare un contatto. A volte vedo uno spiraglio. Uno sguardo diverso, una parola più calma e dolce, un gesto di avvicinamento e allora parlo, dico quello che penso, sorrido. Non la tocco perché ne ho assoluto disgusto, però la guardo e le parlo. Ma poi va sempre così, mi pento sempre. Non capirà mai che quando c’è lei, grumo ordinato, io non sono nemmeno più una linea, non esisto più, semplicemente. Cercami, ma non mi troverai, non siamo sullo stesso piano di realtà, sono già nelle sale della mia mente. Arredate di nero e dove trovo i miei amici immaginari, con cui intrattengo conversazioni strepitose e ci abbracciamo continuamente perché ci va così, cantiamo e suoniamo insieme, abbiamo reali contatti, ma immaginari.
Nel parcheggio ho raggiunto lo stato di assenza totale. Facciano quel che vogliono, sto per andarmene. Anche se parlano di cazzate rabbiose accendo l’i-pod, senza cuffie. Eddie Vedder canta con la sua voce roca e baritonale, che adoro, canta sulle loro voci, le loro vite, me.
Arriviamo a casa mia, scendo, non dico niente, mi rendo conto di non aver salutato solo quando apro la porta con le chiavi, ma non torno indietro. Sono a casa mia. Da sola.
Entro, lascio tutto per terra, vado in camera, chiudo la porta. Solo nero, qui. 
Il mio amico immaginario è in piedi davanti alla finestra, si gira, mi sorride, mi accoglie in un abbraccio. Sono tornata, sono a casa. Appoggio la guancia sul suo petto e sento il suo battito lento e regolare, una musica che mi rilassa e mi sentire viva e reale.
Mi rollo una canna, fumo, assaporo il silenzio. 
Stiamo bene, vero? Questa sensazione di solitudine oggi è così simile alla felicità che non posso che sentirmi bene. Il resto non conta, importa solo come mi sento io.
Sdraiata sul letto, canna in mano, pensieri belli.
Il mio amico è seduto sul bordo del letto con la sua Fender Stratocaster nera messicana e suona in silenzio, concentrato. Gli accordi scorrono veloci, le dita sono eleganti e rapide nei movimenti, mi ipnotizzano.
Sono benestante a modo mio. Molto benestante.
Vorrei solo che questa società ci avesse fornito anche della separazione obbligata e non reversibile dai genitori e dai parenti in generale.
Il fatto che io sia nata è frutto di scariche ormonali, il fatto che sia nata da loro, proprio da loro, è pura casualità. Nessuna scelta, nessuna volontà. Siamo soltanto abituati ad amarci perché ci hanno insegnato che ci dobbiamo amare. 
Io non amo nessuno. Io non ho un reale contatto con nessun altro essere vivente, mai.
Chi mi ha generato ha assolto la sua funzione. Grazie. Vi devo molto visto che oltretutto mi avete anche cresciuta e rimpinzata di materialismo opportuno. Ma non è amore, nemmeno interesse. Non so cosa sia, se non legami imposti e quindi non necessari.
I miei figli hanno bisogno di me, io ci sono. Ho dei contatti con loro, ma è funzionale al momento. Sono altro da me, sono persone che hanno il loro mondo, il loro modo di essere, le loro vite e sentimenti. Non appartengono a me, faranno la loro strada e l’unico compito che ho è prenderli per mano e aiutarli a trovarla, quella strada. In ogni modo in cui mi sarà possibile. Ma non è amore, è natura.
Io l’unico contatto reale e realmente sentito l’ho trovato con un essere umano estraneo agli altri esseri umani. Nessuna necessità nel nostro legame, nessuna aspettativa o imposizione. E’ solo successo, ci siamo trovati, ci siamo riconosciuti simili e con la stessa voglia di viverci. Solo in questo legame-non-legame ho trovato gioia, libertà assoluta, allegria e curiosità. La sincerità, sempre, nell’essere se stessi. Sincerità di intenti e parole. E una meravigliosa fisicità.
Non aveva importanza se fosse maschio, femmina, di che età o ceto sociale, se ci fosse un legame di sangue oppure no. C’era. Esisteva per se stesso. Per un po’ siamo esistiti insieme. Insieme davvero. Non due solitudini che si incontrano, ma un’unica vita.
A volte sono distrutta dall’aver provato quel contatto, perché adesso non c’è più e non potrà mai più esserci.
Più spesso sono felice. Realmente felice. Perché sento, veramente, di essere me stessa fino in fondo, sempre, e se sono così è anche per quel contatto con lui, per la sua vita con me, per questa assurda fusione di qualcosa che non so.
E’ stata l’unica cosa davvero mia, l’unica importante, l’unica che possa dare felicità e io l’ho avuta. Non mi chiedo più cosa ci sia dopo la morte, se lo rivedrò. Non lo faccio più.
Rimango su quello che siamo e basta. Non penso al futuro. Lui è morto, ma cazzo è più vivo, in me, di tutti loro che respirano.
Mi rollo un'altra canna, Eddie Vedder adesso canta Guaranteed. Canto con lui.
E si, sono felice.