mercoledì 28 dicembre 2011
Loop
Gli esseri umani sono un pessimo loop che risuona stonato nella realtà che non mi appartiene più. Potete lasciarmi impazzire in pace? Non do noia, chiedo solo la non esistenza.
martedì 20 dicembre 2011
AVVERTENZA
Quando avete a che fare con me tenete ben presente che ho due cervelli ma solo meta' cuore. Avvertiti.
giovedì 15 dicembre 2011
Poesia
Un sorriso che scioglie i pensieri in un liquido opaco
Una morsa feroce che ferisce il respiro
Assenza incomprensibile
Essenza infinita
lunedì 12 dicembre 2011
A Christmas Carol
Vorrei mettere i regali sul letto insieme a lui, ma fa di testa sua. Vuole fare tutto lui, così si sente meglio. Rimango delusa, esclusa dal mio ruolo di mamma, ma resto in silenzio. Se parlo adesso, diventa più nervoso e insicuro del solito. Significa che prima o poi litigheremo.
L’ho mandato via una settimana fa.
Non l’ho mai rimpianto un solo istante. Nemmeno mi manca. Anzi, mi sento incredibilmente leggera.
Viva.
Torno a respirare soltanto adesso, dopo cinque anni di mutismo teso, paura, estrema stanchezza di me.
Non l’ho mai rimpianto un solo istante. Nemmeno mi manca. Anzi, mi sento incredibilmente leggera.
Viva.
Torno a respirare soltanto adesso, dopo cinque anni di mutismo teso, paura, estrema stanchezza di me.
Lo guardo e mi sembra un estraneo.
Si dice sempre così. Mi sembra un estraneo e capisco soltanto adesso quanto sia calzante questa stupida frase abusata. Non posso pensare di aver davvero scopato con lui.
Si dice sempre così. Mi sembra un estraneo e capisco soltanto adesso quanto sia calzante questa stupida frase abusata. Non posso pensare di aver davvero scopato con lui.
Non posso pensare di esser sprecato così tanta vita, così tanti pensieri e respiri. Notti insonni a urlare nel cervello, ansia, preoccupazione soffocata a pugni nella mente.
Continui strappi di me quando diventavo come lui. Estranea a me stessa, prigioniera di una rabbia divorante.
Ora so chi sono. Ora mi sto ritrovando e sto facendo di nuovo amicizia con me stessa.
Piacere, sono ancora io, guardami.
Piacere, sono ancora io, guardami.
La mia compagnia mi delizia, la sua mi annoia.
Perciò lo guardo chiamare i bambini, cercare di gestire la tesa confusione di tre figli cresciuti troppo in fretta, soffocare la rabbia. Rabbia che io non ho più, amore che non ho mai avuto.
Adesso lo so, adesso vedo tutto.
E tutto quello che mi rimane da dire è soltanto un annoiato che palle.
domenica 4 dicembre 2011
Doppio cervello
Quando sei come me hai doppio cervello e doppio cuore.
Forse solo doppio cervello.
Ti chiudono in una stanza in un reparto dove sono simili a te e ti fanno un sacco di domande.
Non sono psicologi, ti viene spiegato che è come quando hai la febbre alta: gli psicologi sono la tachipirina, gli psichiatri l’antibiotico. Passi la linea e hai bisogno degli antibiotici. O meglio, degli antipsicotici.
Ti etichettano e ti danno la medicina che fa per te, quella che in teoria ti farà stare meglio, ma non conoscono le dosi, devono sperimentare mese dopo mese. Devi fidarti, non hai molte alternative all’inizio.
Li prendi, ma non torni a essere un solo cervello e un solo cuore. E’ impossibile, niente può cambiare quello che sei.
Però non ti fanno pensare e diventi la dea dell’Assenza. La lentezza diventa la tua dimensione. Capisci quello che ti dicono, ma le parole non vengono subito. Le pensi, ma escono troppo lentamente e ti guardano strano.
Non avrai ricordi chiari dei mesi in cui sei sotto farmaci, solo sensazioni vaghe. Non si può essere nati dotati di una mente e rinunciarvi. Credo sia il più grande tradimento che puoi fare a te stesso. Non puoi non avere ricordi, l’essere umano cresce e esiste con i ricordi.
Se la tua mente ti dice che ci sono altre persone che vivono e respirano con te, se ti inganna a tal punto da farti pensare che la realtà è sentirli parlare, vederli, conoscere ogni loro gusto, il passato, l’aspetto fisico, come si vestono, cosa stanno facendo ogni minuto della tua giornata è un bel frullato di iperconnessioni cerebrali. Ma è la tua mente, sei fatta così. Prendere o lasciare. E non si può lasciare, no? L’hai provata, l’Assenza, non vale la pena.
Allora decidi di rinunciare a ogni cura, affrontare i momenti di delirio, ripeterti che non sono reali. Te lo ripeti molte volte al giorno, decine di volte. Ne sei assolutamente cosciente, NON sono reali, ma fanno parte di te. Incredibilmente ami quelle persone irreali, hai un rapporto con loro, fanno parte della tua vita. Non vuoi rinunciarvi, è come costringerti a rinunciare a un amico, un compagno, un padre. Perché?
Quel perché rimbalza nella testa senza una risposta da parte di chi in teoria dovrebbe poterti aiutare. Perché non puoi essere semplicemente così? E’ la tua vita, te la rigoverni tu. Nessuno può sapere fino in fondo come vivi. I deliri te li fai da sola, nella tua testa, ed è difficile far capire che se vuoi stare sola con il tuo compagno devi mandare gli altri a prendere un gelato. Ma sei tu. Almeno sei tu.
Nessun farmaco, allora. Ogni giorno tempo per ascoltarsi, cedere ai deliri. Se li ascolti e vivi con loro dopo faranno i bravi. Se non li ascolti per mancanza di tempo presto urleranno e ti metteranno in imbarazzo in pubblico, facendoti fare cose strane.
Se conosci qualcuno non puoi dire quello che sei, o scapperà.
La schizofrenia spaventa.
Pensano che tu possa essere violenta, o completamente pazza, o fastidiosa o, al limite, inquietante. Non sono niente di tutto questo.
Io sono io. Né meglio né peggio di tutti voi.
Non vi parlerò di cosa sento oltre alle vostre parole, non vi dirò mai che Lui è dietro di voi, seduto sul bordo del letto. Perché io so che non è reale e voi non lo vedete. Nessun problema.
Forse ogni tanto vi sembrerò distratta, ma non capirete perché.
E agli psichiatri che vogliono mantenerti senza pensieri dico fatevela voi l’astinenza dai farmaci, con i dolori, il vomito e i sudori freddi.
Soprattutto state voi nella perenne Assenza, rinunciando a rapporti con altri esseri umani e a ricordi futuri.
E’ la battaglia più faticosa che abbia combattuto, perché è contro la mia stessa mente. Ma come avviene a due generali dopo decenni di guerra, impari a conoscerti e a rispettarti e magari ci scappa la tregua. Io con me stessa ho fatto pace. E penso, oggi, di avere dei grandiosi superpoteri. Faticosi da gestire, ma grandiosi. E’ come vivere tre volte, come guardare sempre un film. Quando sei in coda e devi aspettare nessun problema: io un bel film ce l’ho nella testa. A Lei piace il doom metal, a Lui Guccini, a me i Pink Floyd. Ascoltiamo tutto, facciamo tutti felici e ognuno di noi impara musica nuova. Essere in tre significa avere tre modi di esistere molto diversi, devi necessariamente imparare la tolleranza e la comprensione dell’altro.
Devo considerami una malata di mente? Per gli psichiatri lo sono, per lo Stato lo sono.
Io adesso mi considero solo Me, nessuna altra etichetta. Mi sembra già molto.
sabato 3 dicembre 2011
Pappa
Viviamo di libertà preconfezionate.
Libertà omogeneizzate in barattoli ecologici, creata apposta per non dare troppo fastidio.
Quindi adesso, a meno che tu non voglia fare il matto, mettiti il tuo bavaglino e prendi il cucchiaino che ti porgiamo.
Ingoia la tua libertà e vedi di crederci per davvero. Perché se scegli di fare il matto non ti daremo la nostra libertà, ma anestetizzeremo la tua mente ribelle, estranea, sconcia, orrida.
O sei con noi o sei contro di noi.
venerdì 2 dicembre 2011
Rabbiosa mente
Rabbiosi polemici entranti asfissianti putridi
Ammorbate il mio cervello con cazzate da quattro soldi spacciate per traumi, dolori e ferite
Nemmeno vi guardate più intorno
O vi vergognereste di voi stessi
E della sprezzante arrampicata su altri corpi che fate ogni giorno
Calpestate altri esseri perché primeggi la vostra vita offensiva
Affogo nella noia di voi
Nello schifo
Vomito la vostra rabbia
Maledicendo questi dannati pori che la assorbono nonostante vi stia lontana sempre.
Ma siete ovunque.
Nelle file in macchina, al lavoro, a fare la spesa, siete perfino i miei vicini di casa.
Inutile scappare, vi trovo ogni giorno e ogni giorno mi ammorbate.
Divento un universo algido, allora, bello lontano.
Ecco, guardatemi soltanto da lontano
Perché puzzate di morte cerebrale.
giovedì 1 dicembre 2011
Tristezza
Mi sto perdendo nella tristezza. Mi cola addosso e si appiccica dappertutto.
Le dita, le braccia, i capelli, la faccia. Tutto appiccicoso di schifosa tristezza.
Mi manco.
L’irrealtà non ha gli stessi colori, è appiattita in uno specchio.
La realtà è accettabile ma molto poco interessante.
Vivo nel grigiume farmacologico che mi strappa da me stessa. So che ha un senso, solo che non è il mio.
Mi manco.
Ed è triste sapere che dovrà essere così perché è giusto che sia così. A me, francamente, sembra una lenta tortura al cervello. Mi sembra di prenderlo per il culo. Si ribellerà e lo farà in un modo che non posso prevedere. Altrimenti non sarebbe furbo. E’ il mio cervello, è molto furbo.
Non entro più nel Paese delle Meraviglie, ne leggo soltanto il libro. E se prima i miei occhi erano la tana del Bianconiglio, adesso sono soltanto occhi. Decorati da due belle occhiaie.
Potrei essere una dea e ne sono soltanto la vestale.
mercoledì 30 novembre 2011
Me
Parlo con Me Stessa, parlo con l’Altra me stessa e poi arriva me stessa la Straniera accompagnata da me stessa l’Ironica. Uh, guarda, oggi c’è anche l’Insicura a braccetto con la Sociopatica.
Sediamoci tutte e vi offro il tè.
Sono il Cappellaio Matto di me stessa.
Non mi sfiorate i sentimenti o qui crolla tutto il servito da tè
Idea di te
Per quanto tutto possa essere mutevole, dentro di me ci sono idee che restano immutate.
Tu risiedi lì, ponte immutato fra passato e presente.
lunedì 28 novembre 2011
Quotidiano
Il quotidiano logora la voglia di conoscere chi vive con te.
Si finisce per sapere quanto uno si lava i denti prima di sapere se è felice.
Alba
E’ l’alba e tu dormi accanto a me.
Fra poco ti sveglierai e io me ne andrò.
Torno alla mia solitudine,
re incontrastato del mio lodevole squilibrio.
Per te questo fiore, lo lascio qui nei tuoi sogni,
per te che sei eterna dea
di ogni mio quotidiano tentativo di amare me stesso.
D.L.
Pensiero
E’ il mio stesso pensiero che fa di te un dio
Il mio stesso pensiero che ti evoca e sospinge nella dimensione di irreale perfezione
Intangibile a essere umano.
Ma io non sono più umana da tempo, ormai.
Ho trasceso me stessa attraverso il dolore
Le lacrime hanno scavato solchi così roventi nell’anima
Che venero quelle cicatrici deponendovi altre lacrime.
Non sono più umana.
Sono il niente
Sono tutto
E mi basto, algidamente avulsa da ogni altrui respiro
Emozioni
Non ho delle reali emozioni, quindi non riconosco nelle persone che ho davanti soggetti con capacità di avere sentimenti. Faccio e dico quello che mi pare, tanto anche se si rompono sono solo pupazzi. Sono un'insensibile di merda.
Abisso
Sono io che ogni giorno percorro l’abisso e torno nel mondo.
Non permettere a nessuno di compiere il percorso inverso, di fare quel salto per raggiungere me
è l’unica difesa che possiedo per non vedermi mangiata viva dalla realtà.
Corriamo
“Corriamo
Scappiamo
Rifugiamoci nei nostri mondi alieni dalla realtà,
rincorrimi e prendimi dove nessun altro può scalfire questo anelato benessere!
Qui si soffoca
E’ sempre la solita mera banale insidiosa realtà di merda.
E’ come essere presi in una ragnatela, più ti divincoli più ti stringe. La loro realtà ti avvinghia appiccicosa e ti schiaccia contro muri di false certezze e imposte condizioni.
Voglio la mia libertà di urlare tutto il disgusto con un cazzo di urlo animalesco e feroce.
Quello che fanno è ingiusto, innaturale, illegittimo, incontrovertibile in quanto creato giustificato divinizzato e canonizzato da loro stessi.
La vita deve essere così perché è così.
Domande?
Qualcuna si, scusa.
No. Non si fanno domande, qui.
Ok, scherzavo, cambio subito realtà.
No. Non si può. Questo è contro le nostre regole.
Perché abbiamo la capacità di farci domande e non di risponderci? Chi ha imposto questa limitazione? Chi ci obbliga al Dubbio senza Soluzione di Continuità?
Nessuna importanza ai bisogni di un essere umano se questi vanno contro la legge del guadagno.
Nessuno si volta a guardarti senza pensare se gli conviene o no.
Per capirti, poi, troppa fatica.
Ascolta tu per primo, mi dico. Ascoltali, dai loro il tuo tempo, le tue energie, cambia tu.
Ascolto. Per tanto tempo, anche.
Non vedo una reale volontà di andare oltre a una forma e a un’etichetta appiccicata dall’esteriorità e dal ruolo.
Soffoco.
La loro stessa esistenza, il sapere che possono interagire con me, mi soffoca i pensieri.
Mi immobilizzo ipnotizzato da un disgusto di forma.
Mi relego entro pochi minuti in un barricato segreto pensiero. Ruoto intorno a me, non li comprendo.
Sono ombre, espressioni cristallizzate dai secondi su volti di gesso, prese dal loro egocentrico bisogno di attenzione e di gridare costantemente io esisto.
Mi stai pestando l’anima, stronzo.
E i tuoi piedi sono sporchi come i miei, quindi non giudicarmi mentre mi calpesti.
Aborro ogni forma di giudizio. Intanto presupporrebbe un reale interesse nella questione, io non ho quasi mai interesse nei sentimenti e nelle vite degli altri.
Se ne avessi vivrei costantemente preoccupato delle vite di altre persone e voglio ben sperare che il mio tempo serva a qualcosa di più che fare da spugna assorbente di lacrime che non mi cambiano la vita.
Merda.
Pensatemi mostro, è solo sincerità.
Non si nasce così, ci si arriva. Penso solo di esserci arrivato troppo presto, quel tanto da fottermi ogni possibilità di rapporti con altri esseri.
Sono solo una galleria di volti
camminando li osservo, ma vado sempre avanti per la mia strada
da solo.
Posso solo regolare il passo, rallentare o correre via, ma non posso fermarmi.
Io non riesco a fermarmi.
Non lo so dove mi porterà tutto questo buio dentro, questo correre per distanziarlo. Quando mi tocca il cervello è una tortura che non riesco più a sopportare.
Il tempo passa, i piedi fanno male, ho bisogno di riposarmi un po’.”
Pillole di felicità
Pillola rossa sul palmo della mano
Pillola rossa che riporta alla realtà
Mi deve rendere felice
Perché sarò adeguata. Adatta.
Ma non è la mia realtà ed è felicità indotta.
E’ vivere in un sogno dentro un sogno
La mia realtà è irreale
Ma l'irrealtà vera è la realtà.
Due livelli di coscienza
Due vite
Due me
Per quanto?
Per quanto devo concedere fittizie felicità a me stessa?
Farmele andare bene
Guardare i manichini in faccia
Comunicare con voci che avrei preferito non capire
Per quanto dovrò ingoiare pillole rosse che mi strappano da me?
Se non esisto che esisto a fare?
venerdì 25 novembre 2011
Psicomerda
Psichiatri supponenti
Vi rido addosso.
A voi e alle vostre teorie autocelebrative. Alle vostre domande noiose e agli schemi preimpostati e imposti.
Più siete orgogliosi di voi più è facile fottervi e nemmeno ve ne rendete conto. Basta darvi ragione che l’ego vi obnubila i cervelli. Non capite più un cazzo di me.
Resto ammirata, a volte, dalle spiegazioni sempre più evolute. Ma sono evoluzioni mentali che immancabilmente finiscono per annoiarmi a morte.
E poi, scusate, ma col cazzo che mi do in pasto a voi. Ennesimo crash test dummie del cervello.
Somministrate farmaci all’occorrenza.
Peccato che sia un’occorrenza che non riconosco.
Quante terapie dovete cambiare prima di capire che disturbo avete davanti? O era il contrario? Uh, mi confondete.
O siete voi, i confusi?
Treno per Roma
I piedi sono pesanti mentre percorro il corridoio del sottopassaggio. Sono persone quelle che mi passano accanto. Credo.
Guardo i miei piedi che toccano il pavimento, le mie scarpe sentono la sua consistenza. Sto camminando. Sono davvero qui e sono davvero persone, allora.
Le luci delle vetrine feriscono gli occhi e i pensieri. Provo a guardare di nuovo.
La realtà è avvolta da aloni lattiginosi. Non sono io a essere in una bolla, è il mondo. Ogni oggetto, luce, essere umano ha acquisito un alone denso e spesso. Non riesco a vedere attraverso, mi sento l’unico essere reale a calpestare questo reale pavimento.
Salgo sulla scala mobile e l’appiccicume sul corrimano mi provoca un disgusto inaspettato, che mi scuote. Sono reale, sta succedendo. Immediatamente la difesa, ancora una volta. Non ci penso più. Il pensiero si relega in stati di assenza e il corrimano non esiste più. Nemmeno io.
Mi ricordo dove sono quando la scala si appiattisce sparendo nel pavimento. Inciampo. Quando sollevo la testa la folla è ovunque e non so dove andare per evitarla. Individuo il percorso giallo che porta verso i binari e cammino lenta. I piedi pesano ancora, le gambe però non le sento.
Cocciutamente seguo la linea gialla. Chi mi viene incontro si deve spostare perché io non mi muovo. Cammino lenta ma con caparbietà.
Sono sicura che devo andare al binario 10. Lo so. Lo faccio.
C’è già il treno, ma non accelero. Non so che ore siano, non lo so da molte ore, ho perso il tempo. L’ho perso prima di uscire, poi in macchina ascoltando i SOAD, poi nel sottopassaggio.
Fumo una sigaretta mentre le nervature del marmo della colonna mi raccontano la storia di una donna con un bambino sulle spalle che incontra un coniglio che si trasforma in un gigante vestito da suora. Poi arriva sorella morte col mitra AK 45 e solleva la donna il gigante il bambino tutti e li fa diventare una palla grigia per sparare ballando lenta.
Salgo sul treno, cerco il mio posto, mi siedo. Apro il libro e mi metto a leggere, ma fra le lettere nere qualcuno mi dice che non ho controllato che treno sia. Provo a ignorarlo, sono sul treno, che cazzo vuole? Grida forte, adesso. Va bene, ti ascolto. Va bene, faccio come vuoi tu così la smetti.
Sollevo lo sguardo per cercare un aiuto. Il cervello ha un sussulto. L’uomo di fronte a me è sfocato. Riesco a percepire soltanto che è vestito di marrone chiaro, ma la sua faccia è un magma color carne. Ma devo chiedere.
- Scusi, questo treno va a Roma?
Mi guarda in modo strano. Non so come faccio a saperlo, non lo vedo, ma lo vedo lo stesso. Per fortuna parla a voce molto alta e scandisce bene le parole.
- Mi auguro di no, io sto andando a Milano.
Non riesco a rispondere, abbozzo solo un sorriso. Mi alzo e me ne vado. Questa volta controllo, mentre i manichini passano accanto al cartello con le valigie in mano.
Raggiungo il treno giusto, mi siedo, mi sento efficiente e coraggiosa. Allegra. Prendo il quaderno, lo apro. Inizio a rileggere le poesie. Devo fare le ultime correzioni, spostare l’ordine della lettura, rileggo tutto, la musica dei SOAD sempre nelle orecchie.
Il treno si ferma e non ho ancora finito. Ho perso il tempo. Un’ora e mezza è andata via e sento di non aver finito niente di quello che avrei voluto. La mente si dilata, il tempo non le basta mai.
Scendo dal treno.
Il corridoio del binario diventa un tunnel di macchie grigie. Aloni densi e colorati si muovono risucchiati dalla fine di quel tunnel. Cammino verso la panchina fra le colonne, lo sguardo basso a controllare i piedi. Si muovono, sto camminando, arrivo alla panchina. Così, ok.
Sigaretta mentre i piedi delle persone diventano barche che galleggiano nel grigio. Il fumo mi brucia gli occhi e mi rendo conto di avere la sigaretta fra le labbra, le braccia abbandonate lungo i fianchi, lo sguardo fisso da matta. Che cazzo sta succedendo? Sono io, sono alla stazione, ci sono persone che camminano ordinatamente lungo il binario, senza oltrepassare la linea gialla, lo dice l’altoparlante che non si deve fare e non lo fanno.
Mi alzo e vado con loro e non vado al di là della linea gialla, ma la seguo. Da qualche parte arriverà.
Le facce diventano ancora di cartone, lapis cancellato da una gomma sporca. Il tempo, intorno, rallenta fino quasi a fermarsi mentre io raggiungo l’uscita. Esisto solo io, la mia lentezza esasperante, la porta che si fa sempre più vicina ma non si avvicina mai.
Sono fuori. E non so dove devo andare. Dove cazzo sono e perché sono qui.
Cosa devo fare, io, qui?
Il mio amico. Si, lo so, sono venuta qui per il mio amico e lo devo incontrare. Ma non adesso, lui è al lavoro.
Mi ricordo dove devo andare. Mi rendo conto che non ho minimamente pensato a come arrivarci.
Continuo a camminare, lenta ma costane. Nonostante le persone, i semafori rossi, i taxi, i senegalesi con la mercanzia esposta per terra. Non cambio direzione, seguo la mia linea immaginaria. Mi ritrovo al punto di partenza, ho girato la piazza e sono tornata alla stazione. Ho bisogno di aiuto. Mi rendo conto che non so niente. Non so cosa devo fare. Non riesco a pensare niente.
Intorno ci sono solo macchie tremolanti e macchie che vanno veloce per fermarsi all’improvviso. Sono ovunque, intorno a me e non capisco più dove cazzo sono io adesso.
Prendo il telefono. Devo chiamare lei, è lei quella efficiente fra noi due, mi dirà cosa devo fare. Cerco il numero in rubrica e non lo trovo. Che cazzo sta succedendo? Dov’è? La chiamo sempre, deve esserci per forza. Cerco il nome una, due, infinite volte. Perdo ancora il tempo. L’adrenalina sta inviando scariche che mi spossano e mi mettono ansia. Non c’è. Il numero non c’è.
Sono nella merda, non può essere reale. Nella realtà io il numero lo trovo e telefono.
Vedo un altro numero. Il mio amico dottore, l’amico del liceo, quello strano che però è diventato dottore.
- Jacopo, non so dove sono, non so cosa devo fare.
Lui parla, parla, parla. Mi calmo, riprendo a camminare, capisco che sono a Roma perché me lo sta chiedendo con la sua voce familiare.
- Adesso che sei più calma guardati intorno. Lo sai dove sei?
- Roma.
- Dove?
- Alla stazione.
Tutto è chiaro. Devo andare in albergo ma non so come arrivarci. Voglio arrivarci a piedi, ho tempo. So di avere tempo.
Capisco che lei non esiste. Non ho il numero perché lei non esiste. Non è vero che le parlo al telefono, lei non esiste. Ascolto ancora il mio amico dottore, l’amico del liceo, e capisco che non saprei come arrivare a piedi in albergo. Capisco che devo prendere un taxi e andrà tutto bene.
Ringrazio, faccio quello che devo fare e non importa se il tassista parla perché io non lo capisco. Guardo dal finestrino e le macchie scorrono, si mischiano fra loro, si fermano e ripartono. Fanno sempre così. Che noia. La luce mi ferisce, le vetrine hanno sempre quelle cazzo di luci al neon di merda. Guardo il sedile di fronte a me e leggo i cartelli del taxi. Una, due, cinque, venti volte. Ha importanza? No. Cosa c’è scritto? Non lo so ma continuo a leggere.
Quando scendo sono lenta, ancora lenta ma sono anche brava. Pago, entro, prendo la stanza, l’ascensore, sono arrivata.
La stanza è orribile. Vecchia, buia, sa di morte e piscio. E non lo so perché mi sa di morte e piscio perché non ci sono né morti né piscio ma solo roba vecchia. Ma io non esisto qui. Nessuna stanza, nessun morto, nessun piscio. Nessun mobile vecchio.
Appoggio lo zaino per terra e perdo il tempo fumando sigarette. Scrivo scrivo scrivo sul quaderno nero. Le parole scorrono con il lapis e io scorro dentro di loro. Sono la D, sono la F, sono la S, mi avvolgo su me stessa in stati di felice assenza.
Mi risveglia il suono del cellulare. Il mio amico mi ha mandato un messaggio, sta arrivando, ha fame.
Mi concentro e rispondo. Non so come fare, adesso.
Vorrei restare qui, nell’assenza. Non vedere più fantocci cartone tunnel linee.
Qui è buio, ho accesa solo la luce del comodino e i mobili sono vecchi e scuri. Qui sono in un uovo buio, sono al scuro.
Fuori c’è l’irrealtà reale.
Quando esco è peggio di quanto pensassi. Le luci tremano e ballano ovunque. Le voci arrivano distorte. I movimenti, intorno, sono lenti in modo esasperante, eppure sono più lenta di loro.
Faccio il giro della piazza tre volte prima di sedermi nel mezzo, sotto la statua. Aspetto, immobile. Immobilità funzionale al non trovare distrazioni mentali nelle macchie che scolorano nei ristoranti affollati.
Il mio amico arriva. Lo riconosco perché vedo dei piedi che si fermano davanti a me. Alzo la testa e capisco che deve essere lui, perché la faccia non la vedo bene, ma il sorriso si. E allora mi alzo e lo abbraccio forte. Mi stringo a lui perché è qui. Sento che è reale, sento che ha le spalle larghe e un buon profumo. E’ lui. Sono qui per lui. E’ la realtà.
Restiamo così per non so quanto. Fermi, a stringerci semplicemente, in silenzio. In quel silenzio ritrovo me stessa attraverso di lui. Un contatto fisico che mi concede una tregua dalla mia follia personale. Sono felice di esser qui, adesso. Lo guardo, ha anche lui la faccia strana, ma non importa.
Tanto stiamo camminando adesso, e lui mi dice ancora che ha fame.
- Andiamo al cinese.
- Andiamo.
Risiedo stabilmente nella mia follia
Mi guardo in uno specchio imposto
truccando gli occhi con sogni neri
Dipingo le pareti dei miei deliri
compagni di vita con cui divido anima e cervello
Respiro la solitudine
La rendo condizione per non impazzire del tutto
avvolta da una realtà che mi è incomprensibile.
Credevo di essermi persa
So che mi stavo trovando
Mi sono presa per mano graffiandomi senza pietà
Ma sono tornata da me.
Esserci è un qualcosa di inimmaginabile
Ma va bene così.
Respiro esisto in questa mia irrealtà
fatta di bambole di cartone e pensieri felici.
Torno bambina
Assecondando ogni voglia ogni pensiero ogni fantasia
La follia non è male
E io sono la dea di me stessa
Mi guardo in uno specchio imposto
truccando gli occhi con sogni neri
Dipingo le pareti dei miei deliri
compagni di vita con cui divido anima e cervello
Respiro la solitudine
La rendo condizione per non impazzire del tutto
avvolta da una realtà che mi è incomprensibile.
Credevo di essermi persa
So che mi stavo trovando
Mi sono presa per mano graffiandomi senza pietà
Ma sono tornata da me.
Esserci è un qualcosa di inimmaginabile
Ma va bene così.
Respiro esisto in questa mia irrealtà
fatta di bambole di cartone e pensieri felici.
Torno bambina
Assecondando ogni voglia ogni pensiero ogni fantasia
La follia non è male
E io sono la dea di me stessa
Non nel mio letto
E’ sempre uguale.
Il freddo che ti avvinghia, la luce che inizia a cambiare rischiarando il cielo buio, la mia fuga.
Non resti a dormire qui?
No. Non resto mai a dormire, è troppo intimo.
Raggiungo la macchina, fatico ad infilare la chiave. Sono strafatta di thc, oppio, alcol.
Entro e accendo il motore. Finalmente libera di andarmene.
Assaporo la libertà che mi sono presa nonostante non fosse opportuno farlo, rifiuto queste fisicità che non mi appartengono. Assaporo il mio silenzio, penso a quando sarò nella mia stanza, solo mia e di nessun altro.
Non ricordo la strada per tornare a casa, ma non importa. Non importa mai, in qualche modo arrivo e non ho fretta.
Penso che se mi fermano adesso mi fottono la patente, quindi guido né troppo veloce né troppo piano, concentrata sulla linea di mezzeria, la musica che non ha senso. Mi sforzo di non ascoltarla, altrimenti mi perdo.
Mi perdo lo stesso nei pensieri e perdo pezzi di strada, perdo di nuovo il tempo.
I ricordi affiorano anche se non voglio.
Immagini di una me che non riconosco, di una me che non c’era, che non sono io. Io non lo so più dove sono, sto andando a cercarmi.
Mi chiedo se proprio io ho fatto quelle cose. Mi rispondo di si a ogni immagine che ferisce il cervello.
Non pensare più, guarda solo la linea di mezzeria.
E’ solo una notte di sesso con un semi sconosciuto, un altro uomo che ho scelto di allontanare relegandolo a oggetto.
Un oggetto non possiede mani per toccarti l’anima.
Lui parlava, parlava, volevo solo che tacesse. Vuole cene, serate di film, week end insieme, vacanze. No. Io non sono così. Io non ce la faccio a dare tutto questo, mi tiro sempre indietro. Viene avanti, allora, l’altra me. Disillusa, stronza, cinica. Parlo e non sono io.
Ho chiesto quale fosse lo scopo di questa serata, ho specificato che non intendo concedere niente della mia vita, che posso solo essere un divertimento, da prendere come tale. Di solito o si incazzano, e allora poco male, non mi interessa, o accettano subito.
Lui ha accettato subito e non si è fatto mancare niente.
Ok, fai tutto quello che vuoi, non lo stai facendo a me.
Percorro la strada insieme alle immagini che affiorano, alle frasi, alla luce. Faccio sempre caso a come una stanza è illuminata dalla luce, anche quando non sono io, anche quando sto facendo del sesso perverso con un semi sconosciuto.
Triste, il sesso perverso, se lo fai così. Un film porno che giri e non sei tu. Godi e non godi tu, ti muovi e non sei tu.
Per evitare la polizia che pattuglia il viale passo dal bosco e ci metto mezz’ora in quella stradina tutta curve, a doppio senso, troppo stretta. Ma a quest’ora non c’è nessuno. Ascolto Ummagumma e mi faccio trascinare in connessioni psichedeliche.
Quando arrivo a casa mi butto sul letto. Nemmeno ce la faccio a fare una doccia. Tutto gira a destra, giri infiniti. Poi di colpo tutto gira a sinistra, senza tregua. Ho le vertigini di me.
Mi rannicchio aspettando di addormentarmi, ma il sonno non viene. Solo immagini di quel letto, di quegli oggetti da sexy shop, immagini di lui, le sue parole, i gemiti e i sospiri.
Mi rollo un’altra canna e ho perso il conto. Mi faccio un purino che mi stenda, non voglio più pensieri.
L’accendo e mi sdraio, aspettando di perdere i sensi.
Penso di nuovo che lui voleva una storia, voleva uscire come una coppietta, voleva cene con la sua donna. Quello che posso dare io è solo sesso. Nessun altro contatto, non ce la faccio. Ho il terrore dei rapporti umani. Se chiedi un legame io scappo. Se pretendi Me, non ci sarò mai. Ho qualcosa che non va, dentro. Qualcosa di rotto.
E non lo so perché è così.
No, lo so. Ma sono strafatta, i pensieri volano via, tutto ricomincia a girare per poi fermarsi e diventare buio.
Finalmente assenza.
Il freddo che ti avvinghia, la luce che inizia a cambiare rischiarando il cielo buio, la mia fuga.
Non resti a dormire qui?
No. Non resto mai a dormire, è troppo intimo.
Raggiungo la macchina, fatico ad infilare la chiave. Sono strafatta di thc, oppio, alcol.
Entro e accendo il motore. Finalmente libera di andarmene.
Assaporo la libertà che mi sono presa nonostante non fosse opportuno farlo, rifiuto queste fisicità che non mi appartengono. Assaporo il mio silenzio, penso a quando sarò nella mia stanza, solo mia e di nessun altro.
Non ricordo la strada per tornare a casa, ma non importa. Non importa mai, in qualche modo arrivo e non ho fretta.
Penso che se mi fermano adesso mi fottono la patente, quindi guido né troppo veloce né troppo piano, concentrata sulla linea di mezzeria, la musica che non ha senso. Mi sforzo di non ascoltarla, altrimenti mi perdo.
Mi perdo lo stesso nei pensieri e perdo pezzi di strada, perdo di nuovo il tempo.
I ricordi affiorano anche se non voglio.
Immagini di una me che non riconosco, di una me che non c’era, che non sono io. Io non lo so più dove sono, sto andando a cercarmi.
Mi chiedo se proprio io ho fatto quelle cose. Mi rispondo di si a ogni immagine che ferisce il cervello.
Non pensare più, guarda solo la linea di mezzeria.
E’ solo una notte di sesso con un semi sconosciuto, un altro uomo che ho scelto di allontanare relegandolo a oggetto.
Un oggetto non possiede mani per toccarti l’anima.
Lui parlava, parlava, volevo solo che tacesse. Vuole cene, serate di film, week end insieme, vacanze. No. Io non sono così. Io non ce la faccio a dare tutto questo, mi tiro sempre indietro. Viene avanti, allora, l’altra me. Disillusa, stronza, cinica. Parlo e non sono io.
Ho chiesto quale fosse lo scopo di questa serata, ho specificato che non intendo concedere niente della mia vita, che posso solo essere un divertimento, da prendere come tale. Di solito o si incazzano, e allora poco male, non mi interessa, o accettano subito.
Lui ha accettato subito e non si è fatto mancare niente.
Ok, fai tutto quello che vuoi, non lo stai facendo a me.
Percorro la strada insieme alle immagini che affiorano, alle frasi, alla luce. Faccio sempre caso a come una stanza è illuminata dalla luce, anche quando non sono io, anche quando sto facendo del sesso perverso con un semi sconosciuto.
Triste, il sesso perverso, se lo fai così. Un film porno che giri e non sei tu. Godi e non godi tu, ti muovi e non sei tu.
Per evitare la polizia che pattuglia il viale passo dal bosco e ci metto mezz’ora in quella stradina tutta curve, a doppio senso, troppo stretta. Ma a quest’ora non c’è nessuno. Ascolto Ummagumma e mi faccio trascinare in connessioni psichedeliche.
Quando arrivo a casa mi butto sul letto. Nemmeno ce la faccio a fare una doccia. Tutto gira a destra, giri infiniti. Poi di colpo tutto gira a sinistra, senza tregua. Ho le vertigini di me.
Mi rannicchio aspettando di addormentarmi, ma il sonno non viene. Solo immagini di quel letto, di quegli oggetti da sexy shop, immagini di lui, le sue parole, i gemiti e i sospiri.
Mi rollo un’altra canna e ho perso il conto. Mi faccio un purino che mi stenda, non voglio più pensieri.
L’accendo e mi sdraio, aspettando di perdere i sensi.
Penso di nuovo che lui voleva una storia, voleva uscire come una coppietta, voleva cene con la sua donna. Quello che posso dare io è solo sesso. Nessun altro contatto, non ce la faccio. Ho il terrore dei rapporti umani. Se chiedi un legame io scappo. Se pretendi Me, non ci sarò mai. Ho qualcosa che non va, dentro. Qualcosa di rotto.
E non lo so perché è così.
No, lo so. Ma sono strafatta, i pensieri volano via, tutto ricomincia a girare per poi fermarsi e diventare buio.
Finalmente assenza.
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