domenica 11 marzo 2012

Ore sei e trentadue


Lo sfondo è nero.
In un angolo un televisore sfasciato, una luce giallognola che lo illumina.
Non è stato solo sfasciato, è stato distrutto. Una rabbia incontenibile che si è sfogata su quell’oggetto inanimato.
Fili elettrici escono da pezzi di alluminio contorto, plastica spezzata, vetri rotti.
Fili elettrici come viscere di qualcosa di alieno.
Come quelle decorazioni natalizie sui viali, quest’anno. Fili elettrici sugli alberi, uova aliene con viscere in trasparenza.
Perché cazzo sono qui?
Mi manca l’aria qui al buio, vorrei andare sotto quella schifosa luce giallognola, ma non mi avvicino alla roba aliena.
Faccio un passo indietro, metto le mani dietro la schiena, a difesa.
Tocco qualcosa di molliccio e rivoltante, che si apre e lentamente mi inghiotte. Buio, buio e questo cazzo di schifo che mi inghiotte. Ma assurdamente non esiste terrore.
E’ caldo, stranamente confortevole.
Piacevolmente inesistente.
E’ come volare, essere sospesi nel non pensiero.
In questo stato di leggerezza totale, di assenza ovattata, mi chiedo come io possa, ogni giorno, abbandonare la protezione della mia mente. Come posso sottostare a leggi di gravità sociale quando qui sono non pensiero puro?
Sveglia macchine semafori lavoro bar mangiare cagare dormire digerire respirare scopare e ricominciare daccapo, sempre daccapo.
L’alieno mi ha mangiato.
Ok, ci sto.
Un dolore acuto taglia in due il pensiero non pensiero. E’ reale. Diverso. inatteso.
Apro gli occhi e riconosco la persiana scrostata e polverosa. Quella maledetta polvere nera della stazione, che si accumula a velocità impressionante.
Riconoscere la mia stanza da questo particolare me la fa detestare.
Un sogno.
Era un assurdo stronzissimo sogno.
Mi sono bruciata tre dita ieri sera, devo averle strusciate contro il lenzuolo. Guardo la mano e controllo. Tre galle. Dolore vivo. Reale.
Mi metto a sedere sul letto sfidando la mia legge di gravità personale. Infilo i calzettoni di lana e vado in bagno con la sottoveste nera. Mi metto sul water e accendo una sigaretta.
Dio, era una sensazione perfetta. Ero felice.
Quel sogno mi manca tanto da strapparmi dalla realtà. No, è qualcosa di più di una mancanza. E’ un senso di perdita che rende i polmoni di cotone.
Non voglio andarmene da me stessa.
Mi chiedo perché. Perché devo tornare? E tanto la so la risposta. Una sola parola che pesa come un cazzo di macigno sulla mia coscienza: responsabilità. Per quanto mi dibatta nella vita reale e per quanto mi faccia risucchiare dalla mia mente in sogno, ci sono le fottute responsabilità.
Stamattina, dopo questo sogno, sono in lutto per me stessa. Una vecchia prostituta a lutto risputata da viscere aliene.
Bene. Me ne andrò a prendere anche oggi il cappuccino al bar, appiccicandomi un sorriso felice su una vita triste.

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