Non ho voglia di niente tranne che del mio gin tonic. Come sempre, a quest’ora.
Chiudo la zip del piumino e mi avvio verso il solito bar. So già cosa troverò, perfetta cornice alla mia ubriacatura. Due passi e già ci sono, per non fare aspettare troppo la mia voglia-necessità.
Lei è sempre lì sorridente, una barista perfetta a quest’ora. Quando tutti vanno a letto arrivo io e non devo nemmeno chiedere, lei sa cosa prendo. Mi siedo al bancone, sullo sgabello imbottito e inizio a mangiare i taralli, giusto per fare qualcosa mentre dico come è andata di merda anche questa giornata.
Lo so, mi lamento, ma lei è una barista, ci sta apposta, no? E poi faccio anche due battute, lei ride e non so se ride perché sono stato divertente o ride perché lo deve fare. Non mi importa un cazzo, alla fine. Ognuno ha i suoi ruoli: io sono l’ubriacone che arriva all’una di notte, lei la barista gentile che smercia alcol.
Poco ghiaccio, molto gin Tanqueray, poca acqua tonica, lime. Ecco come lo voglio ed ecco come mi viene messo davanti.
Faccio un complimento al vestito nuovo della barista e lei come al solito risponde con una battuta. Sa che non ci sto esattamente provando, sa che è un’abitudine anche questa. Lei è una donna, io un uomo. Il complimento alcolico ci scappa.
Non vorrei star lì a spiegare perché la mia giornata è andata di merda, ma mi ritrovo a sorseggiare gin tonic spiegando esattamente perché la mia giornata è andata di merda.
Lei ascolta, è compreso nei 5 euro del cocktail. Inveisco, mi lamento, mi sfogo. Non ci torno in quel posto di merda, me ne vado in campagna, a fare l’apicultore. Lei la trova un’ottima idea e sorride interessata. Allora mi prende di raccontarle della casa in campagna di mio zio, di quando ci andavo da bambino. Le dico che sarebbe proprio una bella vita, senza dover più cucinare in un maledetto albergo di terz’ordine con i materassi infestati dai topi, giù nel magazzino. Cibo surgelato e sporcizia in cucina. E io l’ho detto che le cose sarebbero dovute cambiare, l’ho detto che non sarei stato disposto a sopportare. Sono il capo cuoco, voglio decidere io il menu. Siamo a Natale, voglio delle cazzo di ferie. Si incazzano? Me le negano? E io sono venuto via e non ci torno. Vado a fare l’apicultore da mio zio e si fotta questo mondo di merda che ti stritola nei suoi ingranaggi.
Un altro gin tonic, grazie.
E’ il mio mantra. Un altro gin tonic, grazie.
Lei tiene il conto su quella cassa computerizzata. Digita il tasto long drink con la pennetta ed ecco comparire altri 5 euro.
Lei tiene il conto, io no. Ha senso tenere il conto di quanto mi ci vuole per ubriacarmi e non sentire più un cazzo? Piacevolmente assente.
Stasera ho anche fumato e sono stonato. Non ci ero più abituato, le palpebre sono pesanti. Se parlo io non ho problemi, se parla lei non la seguo. Non importa seguirla, pago. Quindi parlo io e chiedo un altro gin tonic. Però voglio sempre meno acqua tonica e lei che sa quanto lascio ogni sera su quel bancone non si fa problemi e ne mette poco, giusto per poter dire che è un gin tonic.
Le chiedo le polpette marocchine, anche se mi si rivolta lo stomaco, ma la chimica si impone. Vado in automatico e aspetto bevendo.
C’è un gruppo chiassoso dietro di me. Tre ragazzi con le loro ragazze. Avranno vent’anni.
Ecco, glielo dico, alla barista, che è una generazione di merda, che non pensano mai a un cazzo, che si troveranno male in questo mondo che stiamo distruggendo. E lo so che lo dico sempre, ma porca puttana è vero. E mi fa rabbia che questi stronzetti stiano qui a ridere inconsapevoli della merda che li circonda. Sono anche loro merda.
Arriva il mio piatto e la barista me lo mette sul bancone. Lo sa che non ci vado, a un tavolo.
E’ triste sedersi a un tavolo da solo, in mezzo a questi stronzetti allegri. E io non sono triste, sono incazzato.
Dico alla barista che ci mando i NAS, in quell’albergo di merda. Che gliela faccio vedere io. Li avevo avvertiti, ora faccio il culo a tutti. E vado a vivere in campagna, faccio l’apicultore.
Mi viene il dubbio di averglielo già detto, ma forse no perché lei annuisce e sorride.
Mi si chiudono gli occhi. Lei asciuga i bicchieri nel vapore della lavastoviglie.
Mi sveglio di colpo, qualcosa di umido mi appiccica il mento.
Merda, le polpette marocchine.
Per arrivare al tovagliolo ci metto troppo tempo. Le mani tremano, sono lento. Mi pulisco. Mi guardo intorno. Lei sta pulendo la macchina del kebab, non si è accorta.
Guardo il piatto, la testa è pesante. Polpette mangiate a metà, intinte nel sugo piccante. Stavolta non controllo più lo stomaco.
Faccio in tempo a arrivare in bagno, vomito le polpette, il sugo piccante, i gin tonic e quello che resta di questa notte di merda. Tiro lo sciacquone. Faccio davvero schifo, ma me ne fotto. Mi pulisco. Ora va meglio.
Torno al bancone. Mi aspetta ancora il resto del mio piatto e il mio quarto o quinto gin tonic col ghiaccio che si sta sciogliendo.
Forse se avessi qualcuno da cui tornare adesso non sarei qui.
Forse dopotutto sarei qui lo stesso.
Forse domani torno in quell’albergo di merda. E poi torno anche qui, a questo bancone.
Fanculo la campagna e le api.
Fanculo tutto.
Nessun commento:
Posta un commento