lunedì 12 marzo 2012

Agosto 1993. Somalia.

L’odore acre del fumo gli riempiva le narici quasi soffocandolo. 
Non era il fumo a cui era abituato, il semplice fumo di un falò di fine estate, quando gira il vento e ti investe facendoti tossire. 
Era l’odore della morte misto a quel fumo, della disperazione, della paura. Conosceva l’odore della carne umana bruciata, ma in quel momento era come se fosse stato di colpo catapultato all’inferno e tutto quello che sapeva, che aveva imparato in anni di studio e praticantato fossero infinitesimali gocce nell’oceano. Non c’era un’ustione da curare, seppure grave, o un incidente, un infarto… c’erano decine di persone da strappare miracolosamente alla morte, ignorando l’odore della carne bruciata, della putrefazione dei cadaveri abbandonati da giorni e che giacevano decomponendosi come rifiuti senza importanza. Doveva ignorare le urla di terrore, la paura di morire a sua volta per una scheggia di mortaio, per una bomba intelligente lasciata cadere guarda caso accanto a una scuola, doveva ignorare il fatto che aveva, cazzo, soltanto due mani e con quelle poteva occuparsi di un ferito alla volta. Doveva di colpo diventare dio e scegliere chi aiutare e chi abbandonare, valutare la gravità delle ferite e andare avanti, senza pensare a ciò che ci si lascia alle spalle. 
Correndo inciampò su un pezzo di cornicione caduto dal palazzo crivellato di colpi di mitra e la borsa con i ferri gli scivolò lungo la spalla a fargli perdere l’equilibrio. 
Sbatté violentemente lo zigomo sull’asfalto lurido di sangue, polvere e detriti. 
Rialzati. Corri.
Si puntellò sulle mani sforzandosi di sollevare sé stesso e l’attrezzatura più rapidamente possibile. Qualcuno lo urtò, facendolo ricadere pesantemente a terra e nel panico della fuga qualcun altro gli calpestò la mano sinistra. Il dolore era misto alla paura, alla consapevolezza che era solo questione di fortuna, o di destino. Una scheggia aveva colpito una donna accanto a lui soltanto pochi minuti prima e soltanto perché si era abbassato per trascinare via il marito della sconosciuta che sanguinava da una ferita alla tempia. 
Ignora e vai avanti. Si era accorto che era morto e ora, caduta scompostamente a terra, era morta anche la donna che aveva invocato il suo aiuto. 
Alzati e corri. Adesso.
Si rialzò e afferrata saldamente la borsa ricominciò la corsa folle verso un posto sicuro. Davide lo raggiunse. Aveva le mani insanguinate, il volto sporco di terra, i vestiti completamente impolverati e lo sguardo di un uomo che ha visto l’inferno in terra.
Erano uguali. 
- svoltiamo di là, segui il muro!
Gli urlò. Ricordava quella strada, c’era stato soltanto pochi giorni prima, prima che esplodesse la follia e fosse dichiarata una guerra che non si chiamava più guerra ma missione di pace.
Le bombe cadevano ugualmente, falcidiando i civili. I mitra e i mortai non colpivano semplicemente chi indossava una divisa ma molto più realisticamente chiunque fosse a tiro. 
Da due ore quella che doveva essere la costruzione di un ospedale in una zona in crisi e ad alto rischio si era trasformata in una fuga precipitosa nel tentativo di salvare la propria vita.
Strattonò Davide e svoltarono nel vicolo buio alla loro destra. Per un istante il fumo dette loro tregua, le urla sembrarono attenuarsi. Il cadavere di una donna dai vestiti lacerati giaceva in una pozza di sangue, il ventre aperto come un orribile sorriso. 
Guardò altrove.
- andiamo. Dobbiamo raggiungere l’ambasciata, non è lontana.
La voce dell’amico sembrava venire da un altro mondo.
- ok.
Ricominciarono a correre, con la consapevolezza di essere soltanto le ennesime persone in fuga in cerca di salvezza. Piccoli uomini impotenti di fronte a una bomba sganciata dal cielo. 
- sarà presidiata, non ci faranno passare.
- Dobbiamo tentare, non abbiamo alternative.
Davide era più vecchio di lui di quindici anni e aveva più esperienza. Vederlo terrorizzato gli dette la misura della gravità della situazione in cui si erano ritrovati.
Dalla porta sfondata di una casa sbucò fuori un bambino. Era piccolo, molto piccolo ma portava in braccio un altro bambino. Si fermò in tempo riuscendo a non investirli. Fermo davanti a quell’immagine devastante si rese conto che erano entrambi feriti ma che il più piccolo sotto la minuscola tunica non aveva più le gambe. 
Sollevò entrambi fra le braccia ignorando il dolore alla mano e si nascosero con Davide dietro il muro di un palazzo. 
Depose a terra i bambini e mentre Davide si occupava del più grande cercò il polso del piccolo, a conferma che fosse ancora vivo. 
Estrasse gli strumenti dalla borsa. Doveva fermare l’emorragia, trovare un posto sicuro e relativamente pulito per chiudere arterie e vene e segare le ossa in modo da poter ricucire le ferite. 
Si guardò attorno, il respiro affannato, lo stomaco che si rivoltava ogni volta che inspirava quell’odore nauseabondo. 
Era lucido, poteva farcela. 
Lo sguardo tornò al bambino svenuto. Poteva farcela. 
Davide gli fece cenno di seguirlo e ripresi in bambini in collo trovarono un’abitazione e vi si infilarono dentro. 
Sapevano come agire e si mossero rapidamente comunicando fra loro con frasi brevi ed essenziali. Prima il più grave. 
Ignora il pianto disperato e terrorizzato del bambino, pensa a quello che hai sotto le mani. La polvere gli faceva ancora bruciare gli occhi, la mano era irrigidita dal dolore sordo, Davide imprecava contro chi avrebbe dovuto proteggerli per permettere loro di portare a termine il progetto per gli aiuti umanitari alla popolazione. In quel macello erano stati dimenticati. Non abbandonati, semplicemente dimenticati. 
- filo
Davide gli passò il filo, ma mentre stava iniziando a ricucire la porta sbatté con violenza e quattro soldati entrarono nell’edificio. Urlarono loro di venire via subito, i fucili ancora spianati nonostante avessero riconosciuto che erano medici.
Rispose che il bambino stava morendo, che sarebbero bastati pochi minuti.
Non abbiamo pochi minuti, vi portiamo via adesso.
Li ignorò. Spiegare era perdere tempo.
Davide cercò di spiegare, ma gli ordini arrivavano sempre più perentori, sempre più nervosi. 
Si sentì strattonare con forza e l’ago cadde a terra. Serrando le labbra, cocciutamente, portò la mano alla tasca per prendere un altro ago sterile.
Capì troppo tardi che quando la follia diventa l’unica regola e quando il terrore detta legge non è esattamente una buona idea frugarsi nella tasca, soprattutto quando chi ti urla è completamente fuori controllo e ha un fucile fra le mani.
Sentì il proiettile penetrare la carne con sibilo soffocato. Incredibilmente non sentì il dolore. 
Il bambino era sempre privo si sensi. Sarebbe morto, lasciato a crepare come una bestia che non serve più.
Fu l’ultimo pensiero, poi un velo nero lo strappò all’inferno.

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