Il sole tramonta mentre guido verso il locale. Devo parcheggiare lontano, c’è la ZTL, ma fare quel pezzo a piedi mi fa piacere. Mi prendo un cappuccino, il cappuccino delle sei, poi cammino attraversando Piazza Santa Croce, un tempo maestosa piazza fiorentina diventata simbolo di degrado. Spacciatori, ubriachi, stranieri abbandonati sulle scale. Nessuno, dopo una certa ora, attraversa la piazza tranquillo.
Il mio locale è proprio lì dietro e non è affatto un problema. Quella piazza ormai è diventata mia, riconosco i volti, le voci, il casino e non lo temo affatto, fa parte di me e della mia vita.
C’è una statua di Dante, in piazza Santa Croce. Ha lo sguardo incazzato nero, come se giudicasse perennemente tutti coloro che passano e si fermano lì accanto a bere o a farsi una canna quando non ci sono poliziotti nei paraggi. E i poliziotti ci sono spesso. La piazza si svuota, tutto sembra tranquillo, sospeso nel nulla, in attesa, Dante sempre incazzato. Poi torna immancabilmente la vita vera appena se ne vanno.
So che dalle sette alle undici servirò ai tavoli e saranno perlopiù donne, o coppiette. Dalle undici in poi cambia tutto, fino alle sei di mattina.
Tengo un bastone alla mia postazione kebab. In caso serva. E’ un locale pubblico, entra chiunque, ma devo stare attenta a che chi ha bevuto troppo non disturbi eccessivamente, che tutti paghino, che nessuno vada a farsi nel nostro bagno che poi mi tocca pulire il sangue e me lo occupa per troppo tempo.
E non è che non succeda mai, anzi. Succede spesso, ma ci ho fatto il callo. Nemmeno mi ci incazzo. Chiedo cortesemente di andare altrove e se trovo quello duro di comprendonio faccio lo sguardo cattivo e di solito basta quello, con un tono deciso e convinto. Se non basta sono pronta a usare quel bastone.
Inconvenienti di una vita che non cambierei mai, perché la notte è speciale, diversa, sospesa nell’irreale. Di notte tutto è possibile. Non esistono i vincoli della vita quotidiana, la gente vuole non pensare, stare bene, divertirsi. Lo fa in decine di modi diversi, ma tutte hanno la costante prerogativa di voler dimenticare le responsabilità. Che sia davanti a un piatto di pollo al curry o a un bicchiere di gin tonic, vogliono dimenticare.
E io sono come il Bianconiglio che li conduce nel Paese delle Meraviglie, o Caronte che li conduce in un Inferno dantesco, come preferite. Per me non ha importanza, ci sono e basta. Dietro al mio bancone, sorriso pronto, sigarette e erba nella tasca. Non importa chi verrà, non importano i volti, perché ci sarà sempre quello che si mette al bancone da solo e vuole scambiare due chiacchiere per compagnia, il gruppo che vuole bere e farsi due risate, le donne che si ritrovano per parlare dei loro uomini e di una vita che non amano, la coppia che si siede al tavolo nascosto per amoreggiare e quella che si siede e non scambia due parole nemmeno nell’attesa dei piatti. Ogni sera è così e ogni sera io attraverso la piazza e ci sono.
Ho dovuto imparare a capire le varie sbronze, quando è il caso intervenire e quando di smettere di servire da bere. C’è chi parla, chi offende, chi se ne sta tranquillo per i cazzi suoi, il mento quasi sul bancone. C’è chi diventa triste e malinconico e lascia fluire i ricordi e chi ce l’ha con il mondo e vomita rabbia. Io ci sono, sempre. Ascolto tutti, asciugando bicchieri e pensando ai cazzi miei. Faccio battute perché mi va di fargliela prendere bene nel mio locale e intanto faccio l’ennesimo kebab con salsa piccante. La notte si può dire tutto, senza pensare alle conseguenze, soprattutto alla solita barista che sa cosa prendi, che sa che sei sposato e l’altra sera hai tradito tua moglie proprio qui, che sa che ti hanno licenziato e non devi fingere. Che sa che ti sei innamorato, che hai scopato, che ti sei preso la peggior sbronza lo scorso sabato.
Ogni tanto vado sul retro e mi fumo una canna, mi rilasso e riparto. Ho bisogno di quelle solitudini, di staccare per qualche minuto per ritrovare il mio silenzio. Ma ci torno sempre, là dietro al bancone, perché ormai io sono anche questo, perché la notte mi piace, perché essere sospesa nell’irreale dove tutto è possibile mi piace.
Ed è di nuovo quasi il tramonto, mi metterò alla guida, cappuccino, Piazza. Ancora e ancora finché venderò tutto e me ne andrò per i cazzi miei, lo zaino in spalla e la curiosità nelle scarpe. Allora non avrà importanza se sarà notte o giorno, o dove sarò. E non avrò bisogno di un bastone sotto il bancone. Forse.
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