lunedì 12 marzo 2012
A te
Prendimi
Stingimi
Avvolgimi
Perché mai mi sono sentita così me stessa come fra le tue braccia.
Così assolutamente consapevole di me
Consapevole della realtà che sto vivendo
consapevole di te
E non smettere di stringermi, anche quando sarai lontano
Rimani nel pensiero con prepotenza e passione, sempre.
Parlami con quel tuo tono di voce,
quello che mi vibra dentro e mi fa modulare sulle tue note basse
che mi fa bruciare di te
abbatti ogni muro, sorvolalo, ignoralo
accetta il paradigma della mia follia così come io accetto la tua
razionalmente, liberamente.
Non programmare mai
Lascia aperto anche solo uno spiraglio per me
Perché io possa sempre raggiungerti ovunque io sia, in qualunque mondo io mi trovi dietro al mio Bianconiglio.
Che tu sia l’unica, consapevole costante del mio pensiero iperconnesso
Che tu sia ponte fra me e il mondo
Fra te e la vita
Notte
Il sole tramonta mentre guido verso il locale. Devo parcheggiare lontano, c’è la ZTL, ma fare quel pezzo a piedi mi fa piacere. Mi prendo un cappuccino, il cappuccino delle sei, poi cammino attraversando Piazza Santa Croce, un tempo maestosa piazza fiorentina diventata simbolo di degrado. Spacciatori, ubriachi, stranieri abbandonati sulle scale. Nessuno, dopo una certa ora, attraversa la piazza tranquillo.
Il mio locale è proprio lì dietro e non è affatto un problema. Quella piazza ormai è diventata mia, riconosco i volti, le voci, il casino e non lo temo affatto, fa parte di me e della mia vita.
C’è una statua di Dante, in piazza Santa Croce. Ha lo sguardo incazzato nero, come se giudicasse perennemente tutti coloro che passano e si fermano lì accanto a bere o a farsi una canna quando non ci sono poliziotti nei paraggi. E i poliziotti ci sono spesso. La piazza si svuota, tutto sembra tranquillo, sospeso nel nulla, in attesa, Dante sempre incazzato. Poi torna immancabilmente la vita vera appena se ne vanno.
So che dalle sette alle undici servirò ai tavoli e saranno perlopiù donne, o coppiette. Dalle undici in poi cambia tutto, fino alle sei di mattina.
Tengo un bastone alla mia postazione kebab. In caso serva. E’ un locale pubblico, entra chiunque, ma devo stare attenta a che chi ha bevuto troppo non disturbi eccessivamente, che tutti paghino, che nessuno vada a farsi nel nostro bagno che poi mi tocca pulire il sangue e me lo occupa per troppo tempo.
E non è che non succeda mai, anzi. Succede spesso, ma ci ho fatto il callo. Nemmeno mi ci incazzo. Chiedo cortesemente di andare altrove e se trovo quello duro di comprendonio faccio lo sguardo cattivo e di solito basta quello, con un tono deciso e convinto. Se non basta sono pronta a usare quel bastone.
Inconvenienti di una vita che non cambierei mai, perché la notte è speciale, diversa, sospesa nell’irreale. Di notte tutto è possibile. Non esistono i vincoli della vita quotidiana, la gente vuole non pensare, stare bene, divertirsi. Lo fa in decine di modi diversi, ma tutte hanno la costante prerogativa di voler dimenticare le responsabilità. Che sia davanti a un piatto di pollo al curry o a un bicchiere di gin tonic, vogliono dimenticare.
E io sono come il Bianconiglio che li conduce nel Paese delle Meraviglie, o Caronte che li conduce in un Inferno dantesco, come preferite. Per me non ha importanza, ci sono e basta. Dietro al mio bancone, sorriso pronto, sigarette e erba nella tasca. Non importa chi verrà, non importano i volti, perché ci sarà sempre quello che si mette al bancone da solo e vuole scambiare due chiacchiere per compagnia, il gruppo che vuole bere e farsi due risate, le donne che si ritrovano per parlare dei loro uomini e di una vita che non amano, la coppia che si siede al tavolo nascosto per amoreggiare e quella che si siede e non scambia due parole nemmeno nell’attesa dei piatti. Ogni sera è così e ogni sera io attraverso la piazza e ci sono.
Ho dovuto imparare a capire le varie sbronze, quando è il caso intervenire e quando di smettere di servire da bere. C’è chi parla, chi offende, chi se ne sta tranquillo per i cazzi suoi, il mento quasi sul bancone. C’è chi diventa triste e malinconico e lascia fluire i ricordi e chi ce l’ha con il mondo e vomita rabbia. Io ci sono, sempre. Ascolto tutti, asciugando bicchieri e pensando ai cazzi miei. Faccio battute perché mi va di fargliela prendere bene nel mio locale e intanto faccio l’ennesimo kebab con salsa piccante. La notte si può dire tutto, senza pensare alle conseguenze, soprattutto alla solita barista che sa cosa prendi, che sa che sei sposato e l’altra sera hai tradito tua moglie proprio qui, che sa che ti hanno licenziato e non devi fingere. Che sa che ti sei innamorato, che hai scopato, che ti sei preso la peggior sbronza lo scorso sabato.
Ogni tanto vado sul retro e mi fumo una canna, mi rilasso e riparto. Ho bisogno di quelle solitudini, di staccare per qualche minuto per ritrovare il mio silenzio. Ma ci torno sempre, là dietro al bancone, perché ormai io sono anche questo, perché la notte mi piace, perché essere sospesa nell’irreale dove tutto è possibile mi piace.
Ed è di nuovo quasi il tramonto, mi metterò alla guida, cappuccino, Piazza. Ancora e ancora finché venderò tutto e me ne andrò per i cazzi miei, lo zaino in spalla e la curiosità nelle scarpe. Allora non avrà importanza se sarà notte o giorno, o dove sarò. E non avrò bisogno di un bastone sotto il bancone. Forse.
Il mio locale è proprio lì dietro e non è affatto un problema. Quella piazza ormai è diventata mia, riconosco i volti, le voci, il casino e non lo temo affatto, fa parte di me e della mia vita.
C’è una statua di Dante, in piazza Santa Croce. Ha lo sguardo incazzato nero, come se giudicasse perennemente tutti coloro che passano e si fermano lì accanto a bere o a farsi una canna quando non ci sono poliziotti nei paraggi. E i poliziotti ci sono spesso. La piazza si svuota, tutto sembra tranquillo, sospeso nel nulla, in attesa, Dante sempre incazzato. Poi torna immancabilmente la vita vera appena se ne vanno.
So che dalle sette alle undici servirò ai tavoli e saranno perlopiù donne, o coppiette. Dalle undici in poi cambia tutto, fino alle sei di mattina.
Tengo un bastone alla mia postazione kebab. In caso serva. E’ un locale pubblico, entra chiunque, ma devo stare attenta a che chi ha bevuto troppo non disturbi eccessivamente, che tutti paghino, che nessuno vada a farsi nel nostro bagno che poi mi tocca pulire il sangue e me lo occupa per troppo tempo.
E non è che non succeda mai, anzi. Succede spesso, ma ci ho fatto il callo. Nemmeno mi ci incazzo. Chiedo cortesemente di andare altrove e se trovo quello duro di comprendonio faccio lo sguardo cattivo e di solito basta quello, con un tono deciso e convinto. Se non basta sono pronta a usare quel bastone.
Inconvenienti di una vita che non cambierei mai, perché la notte è speciale, diversa, sospesa nell’irreale. Di notte tutto è possibile. Non esistono i vincoli della vita quotidiana, la gente vuole non pensare, stare bene, divertirsi. Lo fa in decine di modi diversi, ma tutte hanno la costante prerogativa di voler dimenticare le responsabilità. Che sia davanti a un piatto di pollo al curry o a un bicchiere di gin tonic, vogliono dimenticare.
E io sono come il Bianconiglio che li conduce nel Paese delle Meraviglie, o Caronte che li conduce in un Inferno dantesco, come preferite. Per me non ha importanza, ci sono e basta. Dietro al mio bancone, sorriso pronto, sigarette e erba nella tasca. Non importa chi verrà, non importano i volti, perché ci sarà sempre quello che si mette al bancone da solo e vuole scambiare due chiacchiere per compagnia, il gruppo che vuole bere e farsi due risate, le donne che si ritrovano per parlare dei loro uomini e di una vita che non amano, la coppia che si siede al tavolo nascosto per amoreggiare e quella che si siede e non scambia due parole nemmeno nell’attesa dei piatti. Ogni sera è così e ogni sera io attraverso la piazza e ci sono.
Ho dovuto imparare a capire le varie sbronze, quando è il caso intervenire e quando di smettere di servire da bere. C’è chi parla, chi offende, chi se ne sta tranquillo per i cazzi suoi, il mento quasi sul bancone. C’è chi diventa triste e malinconico e lascia fluire i ricordi e chi ce l’ha con il mondo e vomita rabbia. Io ci sono, sempre. Ascolto tutti, asciugando bicchieri e pensando ai cazzi miei. Faccio battute perché mi va di fargliela prendere bene nel mio locale e intanto faccio l’ennesimo kebab con salsa piccante. La notte si può dire tutto, senza pensare alle conseguenze, soprattutto alla solita barista che sa cosa prendi, che sa che sei sposato e l’altra sera hai tradito tua moglie proprio qui, che sa che ti hanno licenziato e non devi fingere. Che sa che ti sei innamorato, che hai scopato, che ti sei preso la peggior sbronza lo scorso sabato.
Ogni tanto vado sul retro e mi fumo una canna, mi rilasso e riparto. Ho bisogno di quelle solitudini, di staccare per qualche minuto per ritrovare il mio silenzio. Ma ci torno sempre, là dietro al bancone, perché ormai io sono anche questo, perché la notte mi piace, perché essere sospesa nell’irreale dove tutto è possibile mi piace.
Ed è di nuovo quasi il tramonto, mi metterò alla guida, cappuccino, Piazza. Ancora e ancora finché venderò tutto e me ne andrò per i cazzi miei, lo zaino in spalla e la curiosità nelle scarpe. Allora non avrà importanza se sarà notte o giorno, o dove sarò. E non avrò bisogno di un bastone sotto il bancone. Forse.
Agosto 1993. Somalia.
L’odore acre del fumo gli riempiva le narici quasi soffocandolo.
Non era il fumo a cui era abituato, il semplice fumo di un falò di fine estate, quando gira il vento e ti investe facendoti tossire.
Era l’odore della morte misto a quel fumo, della disperazione, della paura. Conosceva l’odore della carne umana bruciata, ma in quel momento era come se fosse stato di colpo catapultato all’inferno e tutto quello che sapeva, che aveva imparato in anni di studio e praticantato fossero infinitesimali gocce nell’oceano. Non c’era un’ustione da curare, seppure grave, o un incidente, un infarto… c’erano decine di persone da strappare miracolosamente alla morte, ignorando l’odore della carne bruciata, della putrefazione dei cadaveri abbandonati da giorni e che giacevano decomponendosi come rifiuti senza importanza. Doveva ignorare le urla di terrore, la paura di morire a sua volta per una scheggia di mortaio, per una bomba intelligente lasciata cadere guarda caso accanto a una scuola, doveva ignorare il fatto che aveva, cazzo, soltanto due mani e con quelle poteva occuparsi di un ferito alla volta. Doveva di colpo diventare dio e scegliere chi aiutare e chi abbandonare, valutare la gravità delle ferite e andare avanti, senza pensare a ciò che ci si lascia alle spalle.
Correndo inciampò su un pezzo di cornicione caduto dal palazzo crivellato di colpi di mitra e la borsa con i ferri gli scivolò lungo la spalla a fargli perdere l’equilibrio.
Sbatté violentemente lo zigomo sull’asfalto lurido di sangue, polvere e detriti.
Rialzati. Corri.
Si puntellò sulle mani sforzandosi di sollevare sé stesso e l’attrezzatura più rapidamente possibile. Qualcuno lo urtò, facendolo ricadere pesantemente a terra e nel panico della fuga qualcun altro gli calpestò la mano sinistra. Il dolore era misto alla paura, alla consapevolezza che era solo questione di fortuna, o di destino. Una scheggia aveva colpito una donna accanto a lui soltanto pochi minuti prima e soltanto perché si era abbassato per trascinare via il marito della sconosciuta che sanguinava da una ferita alla tempia.
Ignora e vai avanti. Si era accorto che era morto e ora, caduta scompostamente a terra, era morta anche la donna che aveva invocato il suo aiuto.
Alzati e corri. Adesso.
Si rialzò e afferrata saldamente la borsa ricominciò la corsa folle verso un posto sicuro. Davide lo raggiunse. Aveva le mani insanguinate, il volto sporco di terra, i vestiti completamente impolverati e lo sguardo di un uomo che ha visto l’inferno in terra.
Erano uguali.
- svoltiamo di là, segui il muro!
Gli urlò. Ricordava quella strada, c’era stato soltanto pochi giorni prima, prima che esplodesse la follia e fosse dichiarata una guerra che non si chiamava più guerra ma missione di pace.
Le bombe cadevano ugualmente, falcidiando i civili. I mitra e i mortai non colpivano semplicemente chi indossava una divisa ma molto più realisticamente chiunque fosse a tiro.
Da due ore quella che doveva essere la costruzione di un ospedale in una zona in crisi e ad alto rischio si era trasformata in una fuga precipitosa nel tentativo di salvare la propria vita.
Strattonò Davide e svoltarono nel vicolo buio alla loro destra. Per un istante il fumo dette loro tregua, le urla sembrarono attenuarsi. Il cadavere di una donna dai vestiti lacerati giaceva in una pozza di sangue, il ventre aperto come un orribile sorriso.
Guardò altrove.
- andiamo. Dobbiamo raggiungere l’ambasciata, non è lontana.
La voce dell’amico sembrava venire da un altro mondo.
- ok.
Ricominciarono a correre, con la consapevolezza di essere soltanto le ennesime persone in fuga in cerca di salvezza. Piccoli uomini impotenti di fronte a una bomba sganciata dal cielo.
- sarà presidiata, non ci faranno passare.
- Dobbiamo tentare, non abbiamo alternative.
Davide era più vecchio di lui di quindici anni e aveva più esperienza. Vederlo terrorizzato gli dette la misura della gravità della situazione in cui si erano ritrovati.
Dalla porta sfondata di una casa sbucò fuori un bambino. Era piccolo, molto piccolo ma portava in braccio un altro bambino. Si fermò in tempo riuscendo a non investirli. Fermo davanti a quell’immagine devastante si rese conto che erano entrambi feriti ma che il più piccolo sotto la minuscola tunica non aveva più le gambe.
Sollevò entrambi fra le braccia ignorando il dolore alla mano e si nascosero con Davide dietro il muro di un palazzo.
Depose a terra i bambini e mentre Davide si occupava del più grande cercò il polso del piccolo, a conferma che fosse ancora vivo.
Estrasse gli strumenti dalla borsa. Doveva fermare l’emorragia, trovare un posto sicuro e relativamente pulito per chiudere arterie e vene e segare le ossa in modo da poter ricucire le ferite.
Si guardò attorno, il respiro affannato, lo stomaco che si rivoltava ogni volta che inspirava quell’odore nauseabondo.
Era lucido, poteva farcela.
Lo sguardo tornò al bambino svenuto. Poteva farcela.
Davide gli fece cenno di seguirlo e ripresi in bambini in collo trovarono un’abitazione e vi si infilarono dentro.
Sapevano come agire e si mossero rapidamente comunicando fra loro con frasi brevi ed essenziali. Prima il più grave.
Ignora il pianto disperato e terrorizzato del bambino, pensa a quello che hai sotto le mani. La polvere gli faceva ancora bruciare gli occhi, la mano era irrigidita dal dolore sordo, Davide imprecava contro chi avrebbe dovuto proteggerli per permettere loro di portare a termine il progetto per gli aiuti umanitari alla popolazione. In quel macello erano stati dimenticati. Non abbandonati, semplicemente dimenticati.
- filo
Davide gli passò il filo, ma mentre stava iniziando a ricucire la porta sbatté con violenza e quattro soldati entrarono nell’edificio. Urlarono loro di venire via subito, i fucili ancora spianati nonostante avessero riconosciuto che erano medici.
Rispose che il bambino stava morendo, che sarebbero bastati pochi minuti.
Non abbiamo pochi minuti, vi portiamo via adesso.
Li ignorò. Spiegare era perdere tempo.
Davide cercò di spiegare, ma gli ordini arrivavano sempre più perentori, sempre più nervosi.
Si sentì strattonare con forza e l’ago cadde a terra. Serrando le labbra, cocciutamente, portò la mano alla tasca per prendere un altro ago sterile.
Capì troppo tardi che quando la follia diventa l’unica regola e quando il terrore detta legge non è esattamente una buona idea frugarsi nella tasca, soprattutto quando chi ti urla è completamente fuori controllo e ha un fucile fra le mani.
Sentì il proiettile penetrare la carne con sibilo soffocato. Incredibilmente non sentì il dolore.
Il bambino era sempre privo si sensi. Sarebbe morto, lasciato a crepare come una bestia che non serve più.
Fu l’ultimo pensiero, poi un velo nero lo strappò all’inferno.
Non era il fumo a cui era abituato, il semplice fumo di un falò di fine estate, quando gira il vento e ti investe facendoti tossire.
Era l’odore della morte misto a quel fumo, della disperazione, della paura. Conosceva l’odore della carne umana bruciata, ma in quel momento era come se fosse stato di colpo catapultato all’inferno e tutto quello che sapeva, che aveva imparato in anni di studio e praticantato fossero infinitesimali gocce nell’oceano. Non c’era un’ustione da curare, seppure grave, o un incidente, un infarto… c’erano decine di persone da strappare miracolosamente alla morte, ignorando l’odore della carne bruciata, della putrefazione dei cadaveri abbandonati da giorni e che giacevano decomponendosi come rifiuti senza importanza. Doveva ignorare le urla di terrore, la paura di morire a sua volta per una scheggia di mortaio, per una bomba intelligente lasciata cadere guarda caso accanto a una scuola, doveva ignorare il fatto che aveva, cazzo, soltanto due mani e con quelle poteva occuparsi di un ferito alla volta. Doveva di colpo diventare dio e scegliere chi aiutare e chi abbandonare, valutare la gravità delle ferite e andare avanti, senza pensare a ciò che ci si lascia alle spalle.
Correndo inciampò su un pezzo di cornicione caduto dal palazzo crivellato di colpi di mitra e la borsa con i ferri gli scivolò lungo la spalla a fargli perdere l’equilibrio.
Sbatté violentemente lo zigomo sull’asfalto lurido di sangue, polvere e detriti.
Rialzati. Corri.
Si puntellò sulle mani sforzandosi di sollevare sé stesso e l’attrezzatura più rapidamente possibile. Qualcuno lo urtò, facendolo ricadere pesantemente a terra e nel panico della fuga qualcun altro gli calpestò la mano sinistra. Il dolore era misto alla paura, alla consapevolezza che era solo questione di fortuna, o di destino. Una scheggia aveva colpito una donna accanto a lui soltanto pochi minuti prima e soltanto perché si era abbassato per trascinare via il marito della sconosciuta che sanguinava da una ferita alla tempia.
Ignora e vai avanti. Si era accorto che era morto e ora, caduta scompostamente a terra, era morta anche la donna che aveva invocato il suo aiuto.
Alzati e corri. Adesso.
Si rialzò e afferrata saldamente la borsa ricominciò la corsa folle verso un posto sicuro. Davide lo raggiunse. Aveva le mani insanguinate, il volto sporco di terra, i vestiti completamente impolverati e lo sguardo di un uomo che ha visto l’inferno in terra.
Erano uguali.
- svoltiamo di là, segui il muro!
Gli urlò. Ricordava quella strada, c’era stato soltanto pochi giorni prima, prima che esplodesse la follia e fosse dichiarata una guerra che non si chiamava più guerra ma missione di pace.
Le bombe cadevano ugualmente, falcidiando i civili. I mitra e i mortai non colpivano semplicemente chi indossava una divisa ma molto più realisticamente chiunque fosse a tiro.
Da due ore quella che doveva essere la costruzione di un ospedale in una zona in crisi e ad alto rischio si era trasformata in una fuga precipitosa nel tentativo di salvare la propria vita.
Strattonò Davide e svoltarono nel vicolo buio alla loro destra. Per un istante il fumo dette loro tregua, le urla sembrarono attenuarsi. Il cadavere di una donna dai vestiti lacerati giaceva in una pozza di sangue, il ventre aperto come un orribile sorriso.
Guardò altrove.
- andiamo. Dobbiamo raggiungere l’ambasciata, non è lontana.
La voce dell’amico sembrava venire da un altro mondo.
- ok.
Ricominciarono a correre, con la consapevolezza di essere soltanto le ennesime persone in fuga in cerca di salvezza. Piccoli uomini impotenti di fronte a una bomba sganciata dal cielo.
- sarà presidiata, non ci faranno passare.
- Dobbiamo tentare, non abbiamo alternative.
Davide era più vecchio di lui di quindici anni e aveva più esperienza. Vederlo terrorizzato gli dette la misura della gravità della situazione in cui si erano ritrovati.
Dalla porta sfondata di una casa sbucò fuori un bambino. Era piccolo, molto piccolo ma portava in braccio un altro bambino. Si fermò in tempo riuscendo a non investirli. Fermo davanti a quell’immagine devastante si rese conto che erano entrambi feriti ma che il più piccolo sotto la minuscola tunica non aveva più le gambe.
Sollevò entrambi fra le braccia ignorando il dolore alla mano e si nascosero con Davide dietro il muro di un palazzo.
Depose a terra i bambini e mentre Davide si occupava del più grande cercò il polso del piccolo, a conferma che fosse ancora vivo.
Estrasse gli strumenti dalla borsa. Doveva fermare l’emorragia, trovare un posto sicuro e relativamente pulito per chiudere arterie e vene e segare le ossa in modo da poter ricucire le ferite.
Si guardò attorno, il respiro affannato, lo stomaco che si rivoltava ogni volta che inspirava quell’odore nauseabondo.
Era lucido, poteva farcela.
Lo sguardo tornò al bambino svenuto. Poteva farcela.
Davide gli fece cenno di seguirlo e ripresi in bambini in collo trovarono un’abitazione e vi si infilarono dentro.
Sapevano come agire e si mossero rapidamente comunicando fra loro con frasi brevi ed essenziali. Prima il più grave.
Ignora il pianto disperato e terrorizzato del bambino, pensa a quello che hai sotto le mani. La polvere gli faceva ancora bruciare gli occhi, la mano era irrigidita dal dolore sordo, Davide imprecava contro chi avrebbe dovuto proteggerli per permettere loro di portare a termine il progetto per gli aiuti umanitari alla popolazione. In quel macello erano stati dimenticati. Non abbandonati, semplicemente dimenticati.
- filo
Davide gli passò il filo, ma mentre stava iniziando a ricucire la porta sbatté con violenza e quattro soldati entrarono nell’edificio. Urlarono loro di venire via subito, i fucili ancora spianati nonostante avessero riconosciuto che erano medici.
Rispose che il bambino stava morendo, che sarebbero bastati pochi minuti.
Non abbiamo pochi minuti, vi portiamo via adesso.
Li ignorò. Spiegare era perdere tempo.
Davide cercò di spiegare, ma gli ordini arrivavano sempre più perentori, sempre più nervosi.
Si sentì strattonare con forza e l’ago cadde a terra. Serrando le labbra, cocciutamente, portò la mano alla tasca per prendere un altro ago sterile.
Capì troppo tardi che quando la follia diventa l’unica regola e quando il terrore detta legge non è esattamente una buona idea frugarsi nella tasca, soprattutto quando chi ti urla è completamente fuori controllo e ha un fucile fra le mani.
Sentì il proiettile penetrare la carne con sibilo soffocato. Incredibilmente non sentì il dolore.
Il bambino era sempre privo si sensi. Sarebbe morto, lasciato a crepare come una bestia che non serve più.
Fu l’ultimo pensiero, poi un velo nero lo strappò all’inferno.
Specchio
Luce.
Sono seduta sul divano. Mi sono addormentata così.
Mi fa male dappertutto. Faccio fatica a muovermi. Provo ad aprire gli occhi, ma ci vedo sfocato. E’ come se tutto fosse avvolto nella nebbia. Le mani sembrano diverse. Le muovo male, sembrano storte. Si, le dita sono storte, eppure sono le mie mani.
Provo ad alzarmi, ma mi sento pesante come se per la prima volta sentissi la gravità pesarmi su ogni osso del corpo. Strascico i piedi, mi fanno male le gambe quando le muovo, come se i muscoli non fossero abituati ad alzarsi e camminare rapidi come prima. Ho le labbra secche, cerco di ritrovare un minimo di salivazione, ma mi sento i polmoni come una balla di cotone. Mi sento soffocare.
E’ come se non fosse il mio corpo, come se fossi imprigionata in qualcosa di lento e dolorante. Non sono io. Mi intestardisco, devo raggiungere il bagno. E’ tutto in quella maledetta nebbia, vado a sbattere contro il mobile, pensavo fosse più lontano. Sembra tutto distorto, questo velo mi rende quasi cieca.
Ma sono vicina.
Allungo il braccio, con le dita tocco lo stipite della porta. Il respiro è affannoso, sento all’improvviso tutte le sigarette che ho fumato, tutte insieme. Tossisco della tosse roca e catarrosa del fumatore accanito.
Il bagno. Lo specchio.
Macchie, ma non nere. I miei capelli non sono neri, non sono i miei. Sento che sono lunghi, li vedo. E non sono i miei. Io cazzo non ho i capelli bianchi. mi avvicino. Rughe. Vecchie rughe di una vecchia.
Urlo dentro, la testa scoppia. Vecchia. Sono vecchia. Come cazzo è possibile, io sono giovane, sono una donna, ho ancora decenni da vivere prima di ridurmi così.
- Signora! Signora, ma cosa sta facendo? Venga, l’aiuto io.
Riconosco la divisa, anche se con le cataratte non distinguo bene i lineamenti del viso. L’infermiera dei giorni dispari.
Sono io. Certo che sono io. In compagnia del mio amico Alzheimer.
domenica 11 marzo 2012
Gin Tonic
Non ho voglia di niente tranne che del mio gin tonic. Come sempre, a quest’ora.
Chiudo la zip del piumino e mi avvio verso il solito bar. So già cosa troverò, perfetta cornice alla mia ubriacatura. Due passi e già ci sono, per non fare aspettare troppo la mia voglia-necessità.
Lei è sempre lì sorridente, una barista perfetta a quest’ora. Quando tutti vanno a letto arrivo io e non devo nemmeno chiedere, lei sa cosa prendo. Mi siedo al bancone, sullo sgabello imbottito e inizio a mangiare i taralli, giusto per fare qualcosa mentre dico come è andata di merda anche questa giornata.
Lo so, mi lamento, ma lei è una barista, ci sta apposta, no? E poi faccio anche due battute, lei ride e non so se ride perché sono stato divertente o ride perché lo deve fare. Non mi importa un cazzo, alla fine. Ognuno ha i suoi ruoli: io sono l’ubriacone che arriva all’una di notte, lei la barista gentile che smercia alcol.
Poco ghiaccio, molto gin Tanqueray, poca acqua tonica, lime. Ecco come lo voglio ed ecco come mi viene messo davanti.
Faccio un complimento al vestito nuovo della barista e lei come al solito risponde con una battuta. Sa che non ci sto esattamente provando, sa che è un’abitudine anche questa. Lei è una donna, io un uomo. Il complimento alcolico ci scappa.
Non vorrei star lì a spiegare perché la mia giornata è andata di merda, ma mi ritrovo a sorseggiare gin tonic spiegando esattamente perché la mia giornata è andata di merda.
Lei ascolta, è compreso nei 5 euro del cocktail. Inveisco, mi lamento, mi sfogo. Non ci torno in quel posto di merda, me ne vado in campagna, a fare l’apicultore. Lei la trova un’ottima idea e sorride interessata. Allora mi prende di raccontarle della casa in campagna di mio zio, di quando ci andavo da bambino. Le dico che sarebbe proprio una bella vita, senza dover più cucinare in un maledetto albergo di terz’ordine con i materassi infestati dai topi, giù nel magazzino. Cibo surgelato e sporcizia in cucina. E io l’ho detto che le cose sarebbero dovute cambiare, l’ho detto che non sarei stato disposto a sopportare. Sono il capo cuoco, voglio decidere io il menu. Siamo a Natale, voglio delle cazzo di ferie. Si incazzano? Me le negano? E io sono venuto via e non ci torno. Vado a fare l’apicultore da mio zio e si fotta questo mondo di merda che ti stritola nei suoi ingranaggi.
Un altro gin tonic, grazie.
E’ il mio mantra. Un altro gin tonic, grazie.
Lei tiene il conto su quella cassa computerizzata. Digita il tasto long drink con la pennetta ed ecco comparire altri 5 euro.
Lei tiene il conto, io no. Ha senso tenere il conto di quanto mi ci vuole per ubriacarmi e non sentire più un cazzo? Piacevolmente assente.
Stasera ho anche fumato e sono stonato. Non ci ero più abituato, le palpebre sono pesanti. Se parlo io non ho problemi, se parla lei non la seguo. Non importa seguirla, pago. Quindi parlo io e chiedo un altro gin tonic. Però voglio sempre meno acqua tonica e lei che sa quanto lascio ogni sera su quel bancone non si fa problemi e ne mette poco, giusto per poter dire che è un gin tonic.
Le chiedo le polpette marocchine, anche se mi si rivolta lo stomaco, ma la chimica si impone. Vado in automatico e aspetto bevendo.
C’è un gruppo chiassoso dietro di me. Tre ragazzi con le loro ragazze. Avranno vent’anni.
Ecco, glielo dico, alla barista, che è una generazione di merda, che non pensano mai a un cazzo, che si troveranno male in questo mondo che stiamo distruggendo. E lo so che lo dico sempre, ma porca puttana è vero. E mi fa rabbia che questi stronzetti stiano qui a ridere inconsapevoli della merda che li circonda. Sono anche loro merda.
Arriva il mio piatto e la barista me lo mette sul bancone. Lo sa che non ci vado, a un tavolo.
E’ triste sedersi a un tavolo da solo, in mezzo a questi stronzetti allegri. E io non sono triste, sono incazzato.
Dico alla barista che ci mando i NAS, in quell’albergo di merda. Che gliela faccio vedere io. Li avevo avvertiti, ora faccio il culo a tutti. E vado a vivere in campagna, faccio l’apicultore.
Mi viene il dubbio di averglielo già detto, ma forse no perché lei annuisce e sorride.
Mi si chiudono gli occhi. Lei asciuga i bicchieri nel vapore della lavastoviglie.
Mi sveglio di colpo, qualcosa di umido mi appiccica il mento.
Merda, le polpette marocchine.
Per arrivare al tovagliolo ci metto troppo tempo. Le mani tremano, sono lento. Mi pulisco. Mi guardo intorno. Lei sta pulendo la macchina del kebab, non si è accorta.
Guardo il piatto, la testa è pesante. Polpette mangiate a metà, intinte nel sugo piccante. Stavolta non controllo più lo stomaco.
Faccio in tempo a arrivare in bagno, vomito le polpette, il sugo piccante, i gin tonic e quello che resta di questa notte di merda. Tiro lo sciacquone. Faccio davvero schifo, ma me ne fotto. Mi pulisco. Ora va meglio.
Torno al bancone. Mi aspetta ancora il resto del mio piatto e il mio quarto o quinto gin tonic col ghiaccio che si sta sciogliendo.
Forse se avessi qualcuno da cui tornare adesso non sarei qui.
Forse dopotutto sarei qui lo stesso.
Forse domani torno in quell’albergo di merda. E poi torno anche qui, a questo bancone.
Fanculo la campagna e le api.
Fanculo tutto.
Ore sei e trentadue
Lo sfondo è nero.
In un angolo un televisore sfasciato, una luce giallognola che lo illumina.
Non è stato solo sfasciato, è stato distrutto. Una rabbia incontenibile che si è sfogata su quell’oggetto inanimato.
Fili elettrici escono da pezzi di alluminio contorto, plastica spezzata, vetri rotti.
Fili elettrici come viscere di qualcosa di alieno.
Come quelle decorazioni natalizie sui viali, quest’anno. Fili elettrici sugli alberi, uova aliene con viscere in trasparenza.
Perché cazzo sono qui?
Mi manca l’aria qui al buio, vorrei andare sotto quella schifosa luce giallognola, ma non mi avvicino alla roba aliena.
Faccio un passo indietro, metto le mani dietro la schiena, a difesa.
Tocco qualcosa di molliccio e rivoltante, che si apre e lentamente mi inghiotte. Buio, buio e questo cazzo di schifo che mi inghiotte. Ma assurdamente non esiste terrore.
E’ caldo, stranamente confortevole.
Piacevolmente inesistente.
E’ come volare, essere sospesi nel non pensiero.
In questo stato di leggerezza totale, di assenza ovattata, mi chiedo come io possa, ogni giorno, abbandonare la protezione della mia mente. Come posso sottostare a leggi di gravità sociale quando qui sono non pensiero puro?
Sveglia macchine semafori lavoro bar mangiare cagare dormire digerire respirare scopare e ricominciare daccapo, sempre daccapo.
L’alieno mi ha mangiato.
Ok, ci sto.
Un dolore acuto taglia in due il pensiero non pensiero. E’ reale. Diverso. inatteso.
Apro gli occhi e riconosco la persiana scrostata e polverosa. Quella maledetta polvere nera della stazione, che si accumula a velocità impressionante.
Riconoscere la mia stanza da questo particolare me la fa detestare.
Un sogno.
Era un assurdo stronzissimo sogno.
Mi sono bruciata tre dita ieri sera, devo averle strusciate contro il lenzuolo. Guardo la mano e controllo. Tre galle. Dolore vivo. Reale.
Mi metto a sedere sul letto sfidando la mia legge di gravità personale. Infilo i calzettoni di lana e vado in bagno con la sottoveste nera. Mi metto sul water e accendo una sigaretta.
Dio, era una sensazione perfetta. Ero felice.
Quel sogno mi manca tanto da strapparmi dalla realtà. No, è qualcosa di più di una mancanza. E’ un senso di perdita che rende i polmoni di cotone.
Non voglio andarmene da me stessa.
Mi chiedo perché. Perché devo tornare? E tanto la so la risposta. Una sola parola che pesa come un cazzo di macigno sulla mia coscienza: responsabilità. Per quanto mi dibatta nella vita reale e per quanto mi faccia risucchiare dalla mia mente in sogno, ci sono le fottute responsabilità.
Stamattina, dopo questo sogno, sono in lutto per me stessa. Una vecchia prostituta a lutto risputata da viscere aliene.
Bene. Me ne andrò a prendere anche oggi il cappuccino al bar, appiccicandomi un sorriso felice su una vita triste.
lunedì 5 marzo 2012
sono:
Abitualmente inadatta
Ottusamente indotta
Clamorosamente sputtanata
Socialmente fallimentare.
Ma me ne fotto
Ho chiuso con gli altrui giudizi
Ho delimitato la linea fra la sanità mentale e il compromesso sociale
Ho capito il gioco.
Ma scelgo ancora di non giocare
E non è per ribellione
Me ne fotto anche di ribellarmi.
E’ che semplicemente il gioco non mi va, mi annoia.
Giocare presuppone l’accettazione di regole mentali imposte.
Ma nella mia testa non esistono confini, non esistono regole.
Io non le capisco queste regole, troppo spesso nemmeno le vedo.
Ritenetemi pure socialmente miope o disadatta alla realtà
ma vi vo in culo
Perché sono felice.
Voi?
Voi?
Noi
Non so se finora ho sempre giocato a nascondino o semplicemente non ho mai riconosciuto sufficiente rispetto e interesse da parte e nei confronti di un altro essere umano.
Se i rapporti sociali imposti sono così ne faccio volentieri a meno, grazie. Non mi ci gioco l’emotività, mando affanculo la mia sensibilità e guarda come sto bene.
Perché contatti? Perché continue strette di mano a cui non è possibile sottrarsi? Perché sorrisi e come stai e che hai fatto quando non me ne frega niente e a voi ve ne frega ancora meno?
A rischio di essere giudicata matta a posteriori, inadatta, inefficiente, inopportuna.
La realtà dei fatti è che non riesco a vivere in questa vita che ci vuole belli, allineati, ordinati, ricchi. E sani di mente. E’ importante essere sani di mente, ovvero allinearti alla perfezione con standard socialmente predefiniti.
Fate la cosa giusta al momento giusto, sprimacciate cuscini, divani e vite quotidiane, mettete in ordine e pulite coscienze e cucine.
Me ne fotto della polvere, basta che non siano impolverati i miei pensieri. Li accudisco ogni giorno, come una casalinga perfetta accudisce la sua casa. Ecco, io abito i miei pensieri e ne sono la regina assoluta. Di più, ne sono la dea Madre e la Morte, fautrice di un destino diverso per ogni pensiero, come in una costante partita a scacchi con me stessa.
Insomma, finora non avevo mai trovato niente di più entusiasmante della mia realtà irreale. Lasciatemi nella mia stanza nera e costruirò universi e galassie. Fatemi andare a fare la spesa al supermercato e sono la scema del villaggio.
No, non mi sento neanche lontanamente efficiente. Barcollo fra la mia terrena inefficienza e la divina tessitrice di cosmogonie mentali.
Ho eretto mura così alte e spesse e incrollabili che mi sentivo al sicuro, ormai. Nessun contatto, né fisico né mentale, nessun sentimento, nessun legame. La realtà semplicemente non era sufficientemente interessante da riuscire a smuovere un barlume di emozione in me. Pensano sia malattia mentale, per me è solo noia di tutto questo.
Provare emozioni non era da me. Sono la dea dell'Assenza, ma adbico temporaneamente.
Mi dicono che è possibile perché hanno trovato La Cura. La realtà e le emozioni in cambio di una dipendenza da psicofarmaci.
Mi chiedo spesso se ne valga la pena.
Finchè mi risponderò di si ci sarò.
In questo forzato allineamento con la realtà questa è una lettera d’amore per chi ne è anomalia.
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